Set 12

Quando il bambino non vuole andare a scuola: la fobia scolare

Tutti i bambini nel corso del loro sviluppo presentano paure e timori di varia natura. Capita frequentemente che, sia i bambini che gli adolescenti, possano incontrare delle difficoltà a rapportarsi con il mondo della scuola che, percepita come un luogo che genera ansia, viene evitata, vissuta come un peso in grado di generare, a volte, una vera e propria angoscia.

 

 

bambino_piange_scuolaQuando si parla di rifiuto scolare si fa riferimento ad un disturbo in cui il livello di ansia e di paura ad andare e restare a scuola sono tali da compromettere in modo significativo una regolare frequenza scolastica. Tale disturbo riguarda l’1-5% dei ragazzi in età scolare senza differenze di genere, dai dati presenti in letteratura sembra più frequente in alcuni delicati cambiamenti evolutivi quali l’inserimento nella scuola elementare (5-6 anni) e il passaggio alle scuole medie (10-11 anni). Spesso il bambino supplica i genitori di tenerlo a casa, promettendo che andrà a scuola il giorno dopo. A volte tenta di imporsi con la forza e con comportamenti violenti. Altre volte sembra calmarsi con la costrizione, ma non appena potrà, cercherà di fuggire dalla scuola per tornare a casa oppure lamenterà dei disturbi di fronte alle insegnanti che telefoneranno ai genitori affinché vengano a riprendere il proprio figlio.

 

 

Nonostante il DSM IV non stabilisca dei criteri specifici riguardo alla definizione della Fobia scolastica, il rifiuto scolare indica una condizione emotiva che ha un’identità ben chiara: si tratta del disagio, provocato da ansia e/o timore eccessivi, che coglie il soggetto nel momento di andare a scuola e/o durante le ore scolastiche e si caratterizza per i seguenti comportamenti problematici e sintomi psicosomatici:

  • Elevata reazione di ansia quando il bambino esce da casa, arriva davanti alla scuola, o entra in classe, fino a veri e propri sintomi da panico;
  • Manifestazione di una serie di sintomi psicosomatici (vertigini, mal di testa, tremori, tachicardia, nausea, vomito, diarrea, mal di pancia, dolori alle spalle, al torace, etc);
  • Il livello di ansia può essere elevato fin dalla sera precedente ed il sonno può venire disturbato da incubi o risvegli improvvisi;
  • Il livello di ansia è così elevato che la frequenza regolare delle attività scolastiche viene compromessa seriamente ed in maniera persistente.

 

La Fobia scolastica si può ricondurre ad Ansia da Separazione o associata ad altra fobia, in particolare alla Fobia Sociale o può essere la manifestazione secondaria ad una Condizione Medica Generale.

 

 

  • bambina_piange_mammaFobia scolastica associata all’Ansia da Separazione: l’entrata a scuola rappresenta il primo vero e proprio distacco dalla famiglia e questo può generare nel bambino la paura che a lui o ai genitori possa accadere qualcosa di brutto quando si allontanano da loro. Se è pur vero che esistono dei periodi sensibili in cui il bambino è considerevolmente preoccupato per la lontananza e la perdita di un genitore, tuttavia il livello di tale preoccupazione alle volte può crescere smisuratamente, perdurare nel tempo, fino a diventare una vera e propria angoscia difficile da gestire.
    Secondo il DSM IV (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali),si può parlare di disturbo d’ansia da separazione, quando siamo di fronte ad un’ ansia inappropriata rispetto al livello di sviluppo e un’ansia eccessiva che riguarda la separazione da casa o da coloro a cui il soggetto è attaccato.

 

  • Fobia scolastica associata ad altra fobia: una fobia specificamente correlata alla scuola o più in generale ad una Fobia Sociale ovvero unapaura marcata e persistente che riguarda le situazioni sociali o prestazionali che possono creare imbarazzo. 
    La risposta allo stimolo sociale prevede un’ ansia eccessiva e irragionevole, che può dar luogo anche ad attacchi di panico. La paura del giudizio sembra essere all’origine del disagio.
    Questi soggetti di solito rifiutano la scuola da più grandi attuando un comportamento di evitamento più pervasivo. Tale paura potrebbe essere dovuta ad esempio ai fallimenti scolastici o alle difficoltà a relazionarsi con i coetanei. In questi casi si evidenzia una paura che fa seguito ad esperienze relazionali negative vissute realmente o interpretate come tali, oppure immaginate.

 

  • Fobia Scolastica come disturbo secondario ad una Condizione Medica Generale: Un caso particolare riguarda la fobia scolastica come disturbo secondario ad una condizione medica generale, per cui a causa di un problema medico, parzialmente invalidante (ma comunque compatibile con la vita scolastica) il ragazzo evita di andare a scuola per paura di manifestare i sintomi della malattia di fronte agli altri o per il timore (infondato) di non farcela a causa delle difficoltà di tipo fisico.
    Spesso la famiglia è molto coinvolta da questo problema e sperimenta tutte le strade possibili per spingere i figli ad andare a scuola.

 

 

Bibliografia:

Fabbro N., Rampini R “La fobia scolare” in Psicoterapia cognitiva dell’infanzia e dell’adolescenza F.Angeli (2003)

Gagliardini I. Paure e ansie a scuola. Come affrontarle e superarle. Giunti (2008)

 

Mag 27

Come si fa a chiedere scusa in modo efficace?

sorryseemstobethehardeswordElton John ha fatto una fortuna sulla canzone “Sorry seems to be the hardest word” (“Scusa” sembra essere la parola più difficile da dire), ed effettivamente chiedere scusa a qualcuno può essere complesso, soprattutto per alcune persone. La difficoltà nel porgere a qualcuno le proprie scuse, tuttavia, sta anche nel formulare una frase, un pensiero che possa risultare in una scusa efficace, che esprima sinceramente il pentimento dell’individuo e che possa avere maggiori probabibilità nell’accettare le scuse.

 

Roy Lewicki, professore emerito di management e risorse umane dell’Università Statale dell’Ohio, insieme a Beth Polin (Università dell’Eastern Kentucky) e Robert Lount Jr. (Università dell’Ohio) hanno realizzato una ricerca sul modo in cui le persone chiedono scusa. Quali scuse sono più efficaci e sono accettate?

 

La struttura della richiesta di scuse

 

Lewicki e colleghi hanno scoperto che le persone, quando chiedono scusa, tendono ad utilizzare una struttura predefinita, che può essere suddivisa in sei componenti. Queste sei componenti possono essere utilizzate tutte o meno. Queste componenti sono:

 

  •  Mostrare rimorso
  • Spiegare cos’è andato storto
  • Riconoscere le proprie responsabilità
  • Dichiararsi pentiti
  • Offrirsi di rimediare all’errore
  • Chiedere di essere perdonati

 

Gli esperimenti in breve

 

Gli studiosi sono partiti da queste sei componenti ed hanno effettuato due studi sull’efficacia delle scuse. In particolare il loro obiettivo era quello di vedere se il numero di componenti utilizzate nel formulare le proprie scuse e le varie componenti prese singolarmente avessero un’efficacia diversa.

 

Nel primo esperimento, condotto online, 333 partecipanti dovevano immaginare di essere il responsabile di un ufficio di contabilità e di dover decidere se assumere o meno una persona che nel lavoro precedente aveva compiuto degli errori di calcolo delle tasse di un cliente.

perdono

Il compito dei partecipanti era di leggere le scuse pronunciate dall’impiegato (le frasi potevano includere uno, tre o sei componenti della richiesta di scuse) e di decidere se accettarle o meno utilizzando una scala a 5 passi per la valutazione dell’efficacia, della credibilità e dell’adeguatezza delle scuse fornite.

 

I partecipanti, inoltre, sono stati suddivisi in due gruppi e gli sono state fornite informazioni diverse riguardo la circostanza dell’errore dell’aspirante lavoratore. Ad un gruppo è stato detto che l’errore riguardante il calcolo delle tasse era dovuto ad un errore di comprensione del manuale di calcolo delle tasse da parte dell’addetto; la spiegazione data al secondo gruppo, invece, era che l’addetto aveva volontariamente compilato in maniera errata il modulo delle tasse. Nel primo caso si tratta di un errore di sbadataggine e/o di incompetenza, nell’altro è una questione di integrità morale.

 

Il secondo studio è stato realizzato con un campione di 422 studenti universitari utilizzando lo stesso scenario illustrato nell’esperimento precedente.

 

I risultati: Quali scuse sono migliori delle altre?

 

I risultati dei due studi sono stati simili: più componenti della scusa ci sono in una frase, maggiori sono le probabilità che la scusa risulti efficace. Inoltre le circostanze dell’errore influenzano la probabilità di accettare le scuse: è più difficile trovare convincente una scusa per una violazione di tipo “morale” anziché quella per un semplice sbaglio.

 

Le sei componenti delle scuse, inoltre, non hanno lo stesso peso in termini di efficacia. La componente più importante è risultata essere quella del “riconoscimento di responsabilità”: dire che è colpa tua e/o che hai commesso un errore ha portato, nello studio, a punteggi più alti di accettazione delle scuse. La seconda componente più importante è quella nella quale ci si offre di fare qualcosa per riparare all’errore commesso. In questo modo ci si impegna a passare dalle parole ai fatti per rimediare al danno commesso.

 

La componente che ha avuto meno efficacia delle sei è quella relativa alla richiesta di perdono. Chiedere semplicemente il perdono dell’interlocutore non aggiunge molto alla richiesta di scuse: non spiega il perché si è commesso l’errore, non ci si propone di rimediare a eventuali danni, è solo un modo per alleviare il senso di colpa di chi ha commesso l’errore.

 

Aspetti futuri da indagare in questo campo riguardano lo studio delle richieste di scuse in forma orale e non scritta, perché l’intonazione e l’espressione di emozioni sono aspetti importanti nella valutazione di una richiesta di scuse. Lewicki ha affermato, a riguardo, che “cose come il contatto visivo ed un tono della voce appropriato che esprima sincerità sono importanti quando porgi delle scuse faccia a faccia”.

 

 

Bibliografia:

Roy J. Lewicki, Beth Polin, Robert B. Lount. An Exploration of the Structure of Effective Apologies. Negotiation and Conflict Management Research, 2016; 9 (2): 177 DOI: 10.1111/ncmr.12073

 

Mag 12

La sindrome di Asperger: comunicazione e goffagine motoria

Nello scorso articolo è stato introdotto il concetto di Sindrome di Asperger, legata al cosiddetto spettro autistico e comunemente definita una “condizione di autismo a più alto funzionamento.

 

 

Abbiamo visto che le persone con Asperger mostrano difficoltà in quattro aree diverse: la scorsa volta l’attenzione è ricaduta sulle modalità di comportamento e i problemi nelle relazioni sociali, nell’articolo di oggi saranno prese in esame le ultime due aree deficitarie. Vediamo insieme quali sono.

 

 

Menomazioni qualitative nella comunicazione

 

 

asperger4Di norma, il linguaggio dei soggetti affetti da sindrome di Asperger, pur non presentando compromissioni, ha caratteristiche peculiari. Chi è affetto dal disturbo, spesso, tende a “parlare troppo” ed è generalmente monotematico (parla solitamente dei propri interessi che spesso non sono, o lo sono molto poco, condivisibili con le altre persone). La presenza di questa marcata prolissità, viene considerata da vari autori come l’aspetto differenziale più importante del disturbo. Il bambino o l’adulto può parlare senza mai smettere, di solito del proprio argomento preferito, ignorando spesso completamente se l’interlocutore è interessato, è impegnato o tenta di intercalare un commento o di cambiare il soggetto della conversazione.

 

 

Per i soggetti affetti da sindrome di Asperger non è semplice seguire i ritmi che normalmente vengono imposti alla conversazione, in particolar modo se questa è spontanea e non tratta di un tema molto particolare; perdipiù hanno la tendenza a introdursi nel discorso con modalità che raramente risultano appropriate ed è per loro piuttosto difficile mantenere vivo un colloquio fornendo spunti o contributi adeguati. Un altro problema deriva dal fatto che la cosiddetta comunicazione non verbale (espressioni del volto, gestualità, diverse intonazioni della voce) risulta non facilmente interpretabile, tant’è che il soggetto che soffre di SA ha un eloquio caratterizzato da una certa monotonia e da una scarsa espressività. Altre difficoltà derivano dal fatto che l’interpretazione delle conversazioni è letterale; la persona affetta da sindrome di Asperger, infatti, non riesce a cogliere particolari aspetti del dialogo (ironia, metafore, allegorie ecc.).

 

 

In ogni modo, le sue convincenti abilità di espressione possono essere facilmente scambiate per abilità comunicative avanzate. Ne può conseguire un’interpretazione errata delle azioni del bambino, di manipolazione o raggiungimento di uno scopo, quando invece il comportamento è dovuto alle notevoli difficoltà del bambino nel comprendere e usare le abilità di comunicazione sociale appropriate.

 

Goffaggine motoria

 

 

asperger3C’è, inoltre, un ulteriore sintomo associato alla diagnosi della sindrome di Asperger che non viene però ritenuto come indispensabile per la diagnosi: il ritardo nel raggiungimento delle tappe di sviluppo motorio basilari e la presenza di una “goffaggine motoria”.

 

 

Gli individui con sindrome di Asperger possono avere dei ritardi nell’acquisizione di abilità motorie, come per esempio pedalare, prendere al volo una palla, aprire un barattolo, arrampicarsi su una scala a pioli, ecc. Spesso sono individui visibilmente impacciati caratterizzati da un’andatura rigida, da posture bizzarre, da deboli capacità manipolatorie e da rilevanti deficit nella coordinazione oculomotoria.

 

 

Può interessarti anche: “Cos’è realmente la sindrome di Asperger?”

 

 

Riferimenti Bibliografici

  1. Attwood, Tony. Asperger’s Syndrome: A Guide for Parents and Professionals. London: Jessica Kingsley, 1998
  2. Attwood, Tony. “Asperger’s Syndrome/High Functioning Autism.” Autism Society of the Fox Valley, Autism Society of Northeastern Wisconsin, and the Autism Society of Wisconsin. Liberty Hall, Kimberly, Wisconsin. October 18, 1999
  3. Ami Klin, Ph.D. e Fred R. Volkmar, M.D., Yale Child Study Center, New Haven, Conn, Stati Unitiecticut: La Sindrome di Asperger: Linee guida per la diagnosi
  4. American Psychiatric Association. Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, 4th edition.Washington, DC: American Psychiatric Association (1994)
  5. Bauer, Stephen. “Asperger Syndrome.” Online Asperger’s Syndrome Information and Support (OASIS). 1996. 19 December 1999 http://www.udel.edu/bkirby/asperger/
  6. Campbell, Danielle. “Autism and Asperger’s: Strategies for Diagnosis and Treatment.” Advance for Speech-Language Pathologist and Audiologists27 Sept. 1999: 6-9.
  7. Cumine, Val, Julia Leach, Gill Stevenson. Asperger Syndrome: A Practical Guide for Teachers. London: David Fulton, 1998.
  8. Fullerton, Ann, et al. Higher Functioning Adolescents and Young Adults with Autism: A Teacher’s Guide. Texas: Pro-ed, 1996
  9. Gray, Carol. Comic Strip Conversations. Arlington: Future Horizons, 1994.
  10. Gray, Carol. The Social Story Kit and Sample Social Stories. Arlington: Future Horizons, 1993.
  11. Gray, Carol. Taming the Recess Jungle. Arlington: Future Horizons, 1993. Revised 9/94.
  12. Howlin, Patricia, et al. Teaching Children with Autism to Mind-Read: A Practical Guide. West Sussex, England: John Wiley and Sons, Ltd., 1999.
  13. Myles, Brenda Smith and Richard L. Simpson. Asperger Syndrome: A Guide for Educators and Parents. Texas: Pro-ed, 1998
  14. Williams, Karen. “Understanding the Student With Asperger Syndrome: Guidelines for Teachers”. Focus on Autistic Behavior. 10.2, (1995): 9-16.
  15. Woodard, Austin. Lecture on “Autism”. Van Brunt Elementary School, Horicon, Wisconsin. November 4, 1999
  16. World Health Organization. Tenth Revision of the International Classification of Disease. Geneva: World Health Organization (1989)

Mag 05

Cos’è realmente la sindrome di Asperger?

aspergerLa Sindrome di Asperger (SA) prende il nome da uno psichiatra viennese, Hans Asperger, che nel 1944 pubblicò uno studio in cui descriveva uno schema costante di abilità e comportamenti che si presentava principalmente nei ragazzi.

Ma che cos’è la Sindrome di Asperger? La SA è una patologia legata al cosiddetto spettro autistico e comunemente definita una “condizione di autismo a più alto funzionamento”. Si tratta di una sindrome che, diversamente dall’autismo classico, è caratterizzata dall’assenza di ritardo nell’acquisizione del linguaggio o nello sviluppo cognitivo. Questi soggetti, nonostante siano intellettivamente a un livello normale o superiore, appaiono goffi e inadeguati sul piano dell’interazione sociale. Sono infatti caratterizzati dall’avere una persistente compromissione delle interazioni sociali, schemi di comportamento ripetitivi e stereotipati, attività e interessi molto ristretti.

Come per altri disturbi generalizzati dello sviluppo, anche nella SA si registrano difficoltà in quattro diverse aree. Di seguito una breve analisi.

1. Modalità di comportamento, interessi
e attività ristretti, ripetitivi e stereotipati

 

asperger2Il più ovvio dei tratti distintivi della sindrome di Asperger, e la caratteristica che rende questi bambini così unici e affascinanti, è la loro peculiare, idiosincratica area di “interesse speciale”. In contrasto con l’autismo più tipico in cui gli interessi riguardano più oggetti o parti di oggetti, nella SA gli interessi appaiono più spesso essere specifici dell’area intellettuale. Di frequente quando essi entrano a scuola o ancora prima, questi bambini potrebbero mostrare un interesse ossessivo in aree quali la matematica, aspetti di scienze, la lettura (alcuni hanno una storia di iperlegia- lettura a memoria ad un’età precoce) o alcuni aspetti della storia o della geografia, volendo imparare ogni cosa possibile riguardo l’argomento e tendendo ad indugiare su di esso nelle conversazioni e nel gioco libero.

I bambini con SA possono facilmente essere sopraffatti dai minimi cambiamenti nella routine e mostrano una precisa preferenza per i rituali. Come conseguenza questi bambini diventano piuttosto ansiosi e costantemente preoccupati dell’ignoto; cioè, quando l’ambiente diviene imprevedibile e non sanno cosa aspettarsi.

È importante tener conto delle seguenti caratteristiche del bambino con SA:

  • Percezione rigida, egocentrica: I bambini con SA tendono a percepire il mondo in modo molto rigido ed egocentrico, e così, quando vi sono dei cambiamenti che “vanno contro” le loro “regole” prestabilite, ne possono essere piuttosto turbati. Perciò, quando si presenta una situazione nuova, sono costretti a imparare una “nuova regola” (percezione) che può turbarli molto (es., in caso di cattivo tempo la ricreazione si svolge all’interno).
  • Rigida aderenza alle regole: I bambini con SA possono creare regole in base alla loro percezione di esperienze differenti. Come conseguenza potrebbero aderire a queste regole autoimposte, e aspettarsi che gli altri facciano lo stesso. Quando queste regole vengono “infrante” dagli altri, ciò provoca un notevole stato di stress/ansia in questi bambini.
  • Bisogno di chiudere/terminare: Dato il loro bisogno di ritualità, i bambini con SA presentano una necessità forte di chiudere/terminare le loro attività/compiti prima di passare ai successivi. Questo crea notevoli problemi nell’istruzione, se non si è pianificato prima (es., se un compito di matematica non può essere completato prima della ricreazione, il bambino con SA può esserne piuttosto turbato – per quanto ami molto andare fuori per ricreazione). L’ansia è collegata al bisogno di concludere, un bisogno di ritualità piuttosto che relativo alla medesima attività, e tipicamente non può essere attenuata semplicemente dicendo che si può terminare dopo.

 

2. Problemi di relazione sociale

 

In molti casi, i soggetti affetti da sindrome di Asperger risultano isolati dal punto di vista sociale; per quanto possano mostrare interesse verso rapporti di amicizia e relazioni sociali, si definiscono come “persone solitarie”. Il desiderio di interazione sociale è spesso frustrato perché, l’approccio del soggetto risulta goffo, se non addirittura inappropriato, mostrando così difficoltà a capire come entrare in contatto socialmente. Essi possono per esempio ingaggiare un interlocutore, spesso un adulto, in conversazioni unilaterali caratterizzate da un modo di parlare interminabile, pedante e volte a un argomento preferito, spesso inusuale e limitato.

In molti casi, coloro che soffrono del disturbo vengono considerati individui insensibili o, al più, molto formali. In realtà questi comportamenti sono legati al fatto che chi è affetto dalla sindrome ha notevoli difficoltà nella comprensione delle situazioni sociali e nel cogliere gli aspetti emotivi delle interazioni personali. Ciò fa sì che le situazioni sociali risultino confuse, prive di senso o fonte di preoccupazione e di ansia; per limitare quest’ultima, il soggetto affetto da sindrome di Asperger tende ad affrontare le varie situazioni affidandosi a regole di comportamento estremamente precise e razionali, ma che spesso risultano poco spontanee e poco intuitive.

 

Nel prossimo articolo, che sarà pubblicato nei prossimi giorni, verranno analizzate le ultime due aree di difficoltà, legate alla goffagine motoria e alla comunicazione.

 

 

Riferimenti Bibliografici

  1. Attwood, Tony. Asperger’s Syndrome: A Guide for Parents and Professionals. London: Jessica Kingsley, 1998
  2. Attwood, Tony. “Asperger’s Syndrome/High Functioning Autism.” Autism Society of the Fox Valley, Autism Society of Northeastern Wisconsin, and the Autism Society of Wisconsin. Liberty Hall, Kimberly, Wisconsin. October 18, 1999
  3. Ami Klin, Ph.D. e Fred R. Volkmar, M.D., Yale Child Study Center, New Haven, Conn, Stati Unitiecticut: La Sindrome di Asperger: Linee guida per la diagnosi
  4. American Psychiatric Association. Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, 4th edition.Washington, DC: American Psychiatric Association (1994)
  5. Bauer, Stephen. “Asperger Syndrome.” Online Asperger’s Syndrome Information and Support (OASIS). 1996. 19 December 1999 http://www.udel.edu/bkirby/asperger/
  6. Campbell, Danielle. “Autism and Asperger’s: Strategies for Diagnosis and Treatment.” Advance for Speech-Language Pathologist and Audiologists27 Sept. 1999: 6-9.
  7. Cumine, Val, Julia Leach, Gill Stevenson. Asperger Syndrome: A Practical Guide for Teachers. London: David Fulton, 1998.
  8. Fullerton, Ann, et al. Higher Functioning Adolescents and Young Adults with Autism: A Teacher’s Guide. Texas: Pro-ed, 1996
  9. Gray, Carol. Comic Strip Conversations. Arlington: Future Horizons, 1994.
  10. Gray, Carol. The Social Story Kit and Sample Social Stories. Arlington: Future Horizons, 1993.
  11. Gray, Carol. Taming the Recess Jungle. Arlington: Future Horizons, 1993. Revised 9/94.
  12. Howlin, Patricia, et al. Teaching Children with Autism to Mind-Read: A Practical Guide. West Sussex, England: John Wiley and Sons, Ltd., 1999.
  13. Myles, Brenda Smith and Richard L. Simpson. Asperger Syndrome: A Guide for Educators and Parents. Texas: Pro-ed, 1998
  14. Williams, Karen. “Understanding the Student With Asperger Syndrome: Guidelines for Teachers”. Focus on Autistic Behavior. 10.2, (1995): 9-16.
  15. Woodard, Austin. Lecture on “Autism”. Van Brunt Elementary School, Horicon, Wisconsin. November 4, 1999
  16. World Health Organization. Tenth Revision of the International Classification of Disease. Geneva: World Health Organization (1989)

Mag 02

“Bamboccioni o uccelli senza ali?” Cosa trattiene a casa dei genitori i giovani adulti di oggi?

 

bamboccioni_1L’espressione “bamboccioni” fu utilizzata nel 2007 dall’allora ministro dell’economia Padoa Schioppa per descrivere i giovani adulti che, pur essendo potenzialmente autonomi, vivono ancora in casa dei genitori. Tale espressione non fu ben accolta dall’opinione pubblica, suscitando le polemiche di chi si vedeva impossibilitato ad uscire da casa dei genitori a causa soprattutto di problematiche di natura economica.

 

 

Ad oggi, le statistiche dell’Eurostat ci informano che in Italia l’età media di uscita di casa dei genitori è di 30,1 anni. La media europea è di 26,2 anni e vi sono paesi come la Svezia e la Danimarca dove i ragazzi vivono autonomamente già al compimento dei 21 anni. Nonostante la crisi economica mondiale abbia inciso fortemente su questi dati, facendo aumentare negli ultimi cinque anni l’età media dell’uscita di casa anche nei paesi del Nord-Europa, tali stati vedono inviolato il loro primato.

 

 

È utile considerare l’influenza dei fattori economici sui dati risultanti da tali statistiche; la precarietà del lavoro, la difficoltà ad ottenere prestiti e mutui e l’impossibilità di gestire le spese domestiche hanno reso più difficile in Italia il passaggio dei giovani adulti dallo “stato di famiglia” ad una condizione di autonomia. Eppure è interessante considerare altri fattori che incidono sulla decisione di andare a vivere da soli. Vi sono infatti molteplici cause da tenere in considerazione, quali i fattori socio-culturali, le dinamiche interne al nucleo familiare, la qualità dei rapporti tra i diversi membri della famiglia.

 

 

bamboccioni_2Per molte famiglie, infatti, l’uscita di casa da parte di un figlio può rappresentare una fase di passaggio cruciale, che può minare un equilibrio costruitosi lentamente nel corso degli anni. Tutti i componenti del nucleo familiare sono coinvolti in tale decisione, nel caso in cui il legame tra padre/madre-figlio sia particolarmente stretto, il genitore potrebbe avere difficoltà ad accettare la scelta del figlio. L’uscita di casa può nello stesso tempo rappresentare per la famiglia un momento di gioia e di tristezza. Ambo le parti coinvolte, da un lato sperimentano il senso di soddisfazione, ma dall’altro sono rattristati da tale situazione: i genitori gioiscono nel vedere l’autonomia raggiunta dai propri figli e questi ultimi provano un moto d’orgoglio sapendo di potersela cavare da soli; al contempo i genitori “perdono” la funzione di sostegno così come finora l’avevano ricoperta e i figli prendono sulle proprie spalle gli oneri che derivano dalla loro nuova condizione. Decidere di rendersi autonomi è dunque il risultato di un processo graduale, che si verifica quando si acquisisce la consapevolezza che l’uscita di casa rappresenti una delle tappe del ciclo di vita di ogni individuo e come tale può essere faticosa, ma necessaria per la crescita.

 

 

Qualsiasi sia l’età in cui approdano fuori di casa, di qualsiasi tipo siano le motivazioni che spingono i ragazzi a volare fuori “dal nido”, qualunque sia la distanza che li separa dalla casa paterna (o materna), scegliendo di vivere da soli non cancellano la propria appartenenza ad un circolo esclusivo… che sia una famiglia tradizionale, una allargata, monogenitoriale o numerosa, la famiglia d’origine è il luogo in cui prende forma la nostra identità. I primi legami significativi, che modellano il nostro stile relazionale, si formano all’interno della famiglia d’origine.

 

È nel contesto familiare che sperimentiamo le nostre abilità di comunicazione, dalla relazione con i nostri genitori facciamo derivare le nostre idee sull’educazione. Da loro impariamo cosa è bene o male, come ci si comporta, come si sta al mondo. Anche quando muoviamo i primi passi fuori dal contesto familiare, a scuola, con gli amici, a guidarci nelle nostre scelte è il confronto con quanto abbiamo esperito a casa. Crescendo, sentiamo via via più forte l’esigenza di misurarci con quanto si trova fuori dalle mura domestiche e, come accade per tutte le cose sconosciute, ne siamo attratti e spaventati in egual misura.

Spiccare il volo e lasciare il nido comodo e caldo dei genitori segna l’ingresso nell’età adulta. Oltre ai fattori economici, oggi come in passato, ciò che influenza tale scelta e determina il momento in essa cui si verifica, è avere la possibilità di rendersi autonomi, svincolarsi, come direbbe Minuchin, dalla propria famiglia d’origine, accettando sfide e responsabilità nuove e godendo di libertà che prima non erano concesse.

 

Pertanto, non basterà l’indipendenza economica, il posto fisso, il partner/convivente, per decidere di andare via di casa. Lo svincolo sarà possibile quando sarà riconosciuta da se stessi e dagli altri membri della famiglia la propria identità di adulti. Uscire di casa non sarà una fuga e non ci si sentirà in colpa né pentiti, ma indipendenti.

Apr 22

L’Earth Day e la psicologia ambientale

© Francesca Corona

© Francesca Corona

Earth Day Italia promuove ogni anno la sua battaglia contro la progressiva distruzione del pianeta.

 

” L’Earth Day (Giornata della Terra) è la più grande manifestazione ambientale del pianeta, l’unico momento in cui tutti i cittadini del mondo si uniscono per celebrare la Terra e promuoverne la salvaguardia”.

 

A cosa ci fa pensare questa frase? Ci fa pensare all’importanza dei nostri comportamenti ogni giorno, nella nostra quotidianità, che possono minare alla salvezza del nostro Pianeta. È il pianeta dove ogni giorno facciamo i nostri passi, dove spesso ci dimentichiamo di adottare comportamenti eco-sostenibili che possano far si che questi passi siano sempre meno dannosi per l’ambiente… e anche per noi!

 

Ricordiamoci che ciò che noi facciamo all’ambiente e alla natura, ci viene generosamente restituito. Trattare bene ciò che ci circonda ci restituirà una vita più ricca di benessere, a partire dall’aria che respiriamo… che è tanto!
“I gruppi ecologisti lo utilizzano come occasione per valutare le problematiche del pianeta: l’inquinamento di aria, acqua e suolo, la distruzione degli ecosistemi, le migliaia di piante e specie animali che scompaiono, e l’esaurimento delle risorse non rinnovabili”.

 

Affermare questo non significa solamente parlare di ‘’ambiente’’. Impariamo a collegare l’ambiente con la nostra interiorità, perché sono intimamente collegati. Parlare di ambiente significa parlare di noi stessi.

 

A tale proposito, la psicologia ambientale va oltre il semplice amore per la natura: si prende cura di ‘’installare’’ nella mente dell’Uomo un modo diverso di pensare che tenga sempre più conto dell’ambiente; studia i suoi comportamenti eco-sostenibili o meno, e svolge importanti esperimenti che serviranno, e già servono, a cambiare la consapevolezza che noi abbiamo riguardo l’ambiente che ci circonda, rendendoci più aperti alla sostenibilità ambientale, cercando di spronarci sempre più ad abituarci giorno per giorno, dalle piccole cose in poi, a tenere in considerazione la salvaguardia della nostra Terra.

 

Link utili: http://www.earthdayitalia.org/CELEBRAZIONI/Giornata-Mondiale-per-la-Terra

Apr 21

Cosa succede se mantieni l’amicizia su Facebook col tuo ex?

Che Facebook sia uno dei social network più utilizzato al mondo è fuori da ogni dubbio. A fine 2015 il numero di utenti totali era di oltre 1 miliardo e mezzo, e questo numero è destinato a crescere.

 

stalker-fbI social network fanno quindi parte della vita quotidiana di molte persone: come si riflette ciò nelle relazioni? Le ricerche più recenti hanno sottolineato che molte persone controllano ciò che dice e fa il partner spiando il loro profilo Facebook, mentre 1/3 degli utenti tende ad usare Facebook per tenersi aggiornati sugli ex partner.

 

Il controllo può essere effettuato osservando gli aggiornamenti di stato, i commenti e le foto. Anche se non si è amici su Facebook si può avere un’idea grossolana di cosa stia facendo l’ex leggendo i post pubblici in bacheca oppure vedendo se le foto profilo sono fatte in compagnia di nuovi fidanzati/e.

 

Questo atto di monitoraggio è chiamata “sorveglianza elettronica interpersonale“, “sorveglianza tramite Facebook“, oppure in maniera più colloquiale “Facebook Stalking“.

 

I risultati degli studi degli ultimi anni hanno dimostrato che chi utilizza Facebook non solo incorre in queste pratiche molto spesso, ma le ritiene anche innocue. Ma è davvero così?

 

Tara Marshall, psicologa inglese legata alla Brunel University, ha studiato le differenze tra chi resta amico su Facebook col proprio ex partner e chi invece no. Il campione dello studio era composto da 464 persone (di cui l’84% erano donne), che hanno compilato diversi test al fine di valutare:
a) le loro caratteristiche di personalità
b) le caratteristiche della precedente relazione e della modalità di rottura con il precedente compagno/a
c) se e in che modo mantenevano i contatti con i loro ex (contatti on-line tramite Facebook oppure contatti off-line, continuando a vedersi dal vivo)
d) quanto avessero superato la fase di rottura con l’ex.

 

I risultati dello studio

 

In generale, i risultati hanno confermato l’ipotesi che continuare a visualizzare il profilo Facebook dell’ex potrebbe creare problemi nel superare la fine di una relazione.

 

facebook_stalking1Controllare il profilo della persona che è stata un compagno o una compagna di vita è associato con elevati livelli di stress riguardo la rottura, sentimenti negativi, desiderio sessuale, mancanza del partner e un più basso livello di crescita personale.

 

Questo capita anche in coloro che mantengono contatti off-line col partner; addirittura, secondo lo studio, i contatti on-line possono provocare danni peggiori perché tramite la visualizzazione del profilo personale dell’altro si può accedere ad informazioni che non sono disponibili nel rapporto faccia a faccia: si può scoprire, per esempio, che l’ex si è nuovamente fidanzato, intensificando così il dolore legato alla fine del rapporto.

 

E’ stata trovata un’importante differenza, tuttavia, tra coloro che controllano il profilo Facebook dell’ex pur non essendone amico, e tra chi ha mantenuto l’amicizia su Facebook.

 

Gli ex fidanzati che mantengono l’amicizia su Facebook, contrariamente alle aspettative, hanno minori sentimenti negativi, minor desiderio sessuale nei confronti dell’altro e provano meno mancanza dell’ex partner rispetto a chi non è più amico di Facebook.

 

Le spiegazioni per questi risultati possono essere diverse: è possibile ipotizzare che chi resta amico su Facebook abbia provato dei sentimenti d’amore più deboli già prima della rottura o che i due ex partner abbiano avuto una modalità di rottura della relazione meno traumatica rispetto a chi ha eliminato l’amicizia.

 

Un’altra ipotesi che è stata fatta è che chi non ha più l’amicizia su Facebook con l’altra persona può idealizzare l’immagine dell’ex partner, dimenticandone col tempo i difetti. Chi è amico su Facebook può visualizzare tutto: post stupidi, immagini poco lusinghiere, contribuendo a far svanire il desiderio sessuale e d’amore nei suoi confronti.

 

E’ meglio essere amici su Facebook, dunque? Non proprio. Coloro che hanno mantenuto l’amicizia su Facebook hanno comunque livelli di crescita personale più bassi rispetto a chi ha reciso totalmente il legame con l’ex. I contatti a legame forte (quelli off-line, di persona) e quelli a legame debole sono entrambi deleteri per la crescita personale. Il processo di crescita personale, tuttavia, è slegato da quello di superamento di una storia d’amore. I sentimenti negativi legati alla delusione amorosa possono essere superati, ma riuscire a dare un senso alla propria storia di vita e potenziare i propri strumenti personali per crescere è un altro processo. Sembrerebbe che chi rimane in contatto con l’ex mantenendo l’amicizia permanga più facilmente in una sorta di limbo e riesca a favorire la propria crescita personale in misura minore rispetto a chi non lo fa.

 

Il rimedio per guarire un cuore spezzato, quindi, è e resta uno solo: quello di evitare i contatti con l’ex, sia online che offline, per ricominciare da se stessi ed elaborare il lutto della perdita affettiva subita.

 

Bibliografia:

Tara C. Marshall. Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking. October 2012, 15(10): 521-526. doi:10.1089/cyber.2012.0125.

Marshall TC, Bejanyan K, Di Castro G, et al. Attachment styles as predictors of Facebook-related jealousy and surveillance in romantic relationships. Personal Relationships; DOI: 10.1111/j.1475-6811.2011.01393.X.

Tokunaga RS. Social networking site or social surveillance site? Understanding the use of interpersonal electronic surveillance in romantic relationships. Computers in Human Behavior 2011; 27:705–713.

Apr 18

Adolescenti psicoattivi

Tante volte abbiamo sentito parlare di “sperimentazione” in riferimento all’adolescenza ed al consumo di sostanze psicoattive, il più delle volte, spesso con preoccupazione, paura ed etichettamento: se l’adolescente inizia a provare sostanze leggere, prima o poi finirà con il provare anche quelle pesanti e diventerà un tossicodipendente.

 

Perché durante l’adolescenza il tema delle sostanze psicoattive genera silenzi, paure, angosce e conflitti all’interno della famiglia?

 

adolescenti_problemiIl momento di transizione dall’infanzia all’età adulta comporta la ricerca di una serie di passaggi obbligati spesso dolorosi e caotici, grazie ai quali l’adolescente ha la possibilità di sperimentarsi nel ruolo di adulto, includendo il tema “sostanze” all’interno di questo quadro riusciremo ad avere una lettura più complessa e meno preoccupante.

 

Il più delle volte l’utilizzo di sostanze da parte di adolescenti o preadolescenti avviene all’interno del gruppo dei pari ed è mosso da curiosità, eccitazione, bisogno di accettazione, bisogno di sentirsi parte di. Il gruppo dei pari aiuta l’adolescente a sperimentarsi nel ruolo di giovane adulto, nel costruire nuove e diverse relazioni, diventa un punto di riferimento importante considerando soprattutto che in questo periodo molti adolescenti vivono forti conflitti all’interno del nucleo famigliare. Le sostanze sono assunte per lo più a scopo ludico-ricreativo, facilitano l’alleanza ed il senso di condivisione nonché l’eccitazione legata al fatto di essere consapevoli di fare un qualcosa che è proibito. Altre volte possono essere espressione di uno stato di disagio interiore difficile da condividere con un adulto.

 

adolescenti_gruppoAlcune volte il pensiero comune individua il pericolo della sperimentazione nel passaggio obbligato dalla canna al buco, rendendo così ancora più difficile la possibilità di poter affrontare il discorso sostanze. Spesso l’adolescente sminuirà il pericolo legato all’utilizzo di sostanze ed il genitore raggiungerà livelli di preoccupazione sempre più alti, avendo paura di perdere il controllo sul proprio figlio. In questi casi bisogna tener presente che in questo periodo della vita prevale una dimensione egocentrica ed onnipotente: l’adolescente ha difficoltà a capire il punto di vista altrui, a mettersi nei panni dei genitori e pensa che nulla potrà causare una perdita di controllo sul proprio corpo.

 

La maggior parte delle volte probabilmente la sperimentazione si fermerà alla “canna” altre volte ci sarà l’esigenza di andare oltre, per curiosità, per necessità di rispondere ad una richiesta implicita che viene dal gruppo dei pari, per volontà di sperimentare i propri limiti, per opposizione alla famiglia che vieta ,per rispondere ad una sofferenza che non si sa come alleviare. In questi casi I campanelli di allarme sono da ricercare all’interno della famiglia, non escludendo la richiesta di aiuto da parte di uno specialista del settore, Il Ser.T di zona sarà sicuramente in grado di indirizzare verso servizi di supporto per genitori o in alcuni casi provvedere direttamente a fornire un supporto.

 

Volete sapere quali di questi motivi spinge un’adolescente a provare una sostanza? Siete preoccupati che possa sviluppare una dipendenza? Non prendetevi cura solo di questo particolare, guardate tutto il resto e se non troverete delle risposte quanto meno avrete buone probabilità di trovare una via per poterne parlare.

Apr 13

I lavori che aiutano a migliorare il decadimento cognitivo

L’invecchiamento può causare il declino di alcune funzioni cognitive, tra le quali spicca la memoria. In generale, attività come l’esercizio fisico, mantenere un buon livello di contatto sociale con gli altri e fare attività che stimolino il cervello costituiscono dei fattori di arricchimento cognitivo. Da recenti studi, inoltre, sembra che alcune attività lavorative possano essere associate ad un buon funzionamento cognitivo.

 

Un interessantissimo esperimento ha utilizzato i dati del “Lothian Birth Cohort”. Si tratta di uno studio di coorte, quindi longitudinale: i partecipanti vengono seguiti per un lasso di tempo piuttosto lungo ed analizzati nelle diverse fasi della vita. Una coorte è un gruppo di persone nate o vissute in un periodo specifico.

 

In questo studio, i partecipanti, tutti nati nel 1936, sono stati analizzati per la prima volta ad 11 anni, svolgendo una serie di test cognitivi. Di tutti questi partecipanti, più di 1000 soggetti (548 uomini e 543 donne) sono stati nuovamente sottoposti ad una batteria di test cognitivi a 70 anni.

 

I fisici (nella foto, Enrico Fermi) svolgono lavori ad alto grado di complessità per quanto riguarda la manipolazione dei dati.

I fisici (nella foto, Enrico Fermi) svolgono lavori ad alto grado di complessità per quanto riguarda la manipolazione dei dati.

I ricercatori hanno anche indagato le varie mansioni lavorative svolte dai partecipanti nel corso delle loro vite. Hanno confrontato i lavori dei partecipanti con il database del Dipartimento del Lavoro Statunitense, che contiene circa 12.000 lavori diversi; per ogni lavoro è stata calcolata la relativa complessità secondo tre componenti della mansione lavorativa: i dati, le persone e le cose.

 

Lavori con alta complessità per quanto riguarda l’utilizzo di dati sono, per esempio: grafici, architetti, ingegneri civili e musicisti. Gli assistenti sociali, gli avvocati e i poliziotti invece svolgono lavori classificati più complessi nell’interazione con le persone.

I risultati

 

Secondo lo studio, i soggetti che nel corso della loro vita avevano svolto lavori con un alto punteggio di complessità in relazione ai dati e alle persone avevano la più alta performance cognitiva a 70 anni. La correlazione che è stata trovata, comunque, è modesta. E’ probabile che intervengano altri fattori nello spiegare il perché alcune persone hanno un maggiore decadimento cognitivo in vecchiaia rispetto ad altre.

 

Non è ancora chiaro cosa causi questa correlazione. E’ probabile che un ambiente lavorativo stimolante funga da “riserva cognitiva”, che protegge dai danni dell’invecchiamento il cervello. Un’altra teoria invece suggerisce il contrario: le persone con delle capacità cognitive migliori, innate, tendono a cercare dei lavori più impegnativi.

 

I ricercatori affermano, a riguardo, che “impegnarsi in ambienti complessi, come quelli caratterizzati da richieste lavorative complesse, potrebbe aiutare a preservare le funzioni cognitive nella tarda età e potrebbe essere uno dei diversi fattori che spiega le differenze individuali nella performance cognitiva nella vecchiaia”.
Bibliografia:

Smart, E. L., Gow, A. J., & Deary, I. J. (2014). Occupational complexity and lifetime cognitive abilities. Neurology, 83(24), 2285-2291. doi: 10.​1212/​WNL.​0000000000001075

Apr 06

Le mille facce dell’insonnia

Negli ultimi 50 anni abbiamo assistito ad una riduzione del tempo totale di sonno di circa 2 ore. Solo in Italia ci sono circa 9 milioni di italiani che rientrano nei criteri della diagnosi del disturbo del sonno. I disturbi legati al sonno sono diversi, e diverse sono le sintomatologie. In questo articolo esamineremo la più nota di queste problematiche, l’insonnia.

 

Cos’è l’insonnia?

 

insonnia1L’insonnia è l’incapacità o la difficoltà nell’addormentamento o nel mantenimento del sonno, oppure il riferire, da parte del paziente, un sonno poco ristoratore [Chen & Black 2005]. Per essere definita tale, l’insonnia deve causare delle conseguenze nella veglia successiva, come stanchezza, problemi cognitivi, irritabilità [American Academy of Sleep Medicine, 2005].

 

Non tutte le insonnie sono uguali. Le categorizzazioni dell’insonnia sono diverse. Eccone una carrellata delle tipologie più importanti e maggiormente studiate.

 

Insonnia da adattamento

 

E’ chiamata anche insonnia acuta, insonnia da stress o insonnia a breve termine. Dura meno di 3 mesi, è causata da un fattore stressante. La situazione che provoca stress può essere di qualunque tipo: lutti, cambiamenti improvvisi nella vita familiare o sul posto di lavoro, malattie, relazioni conflittuali, perdite economiche. Anziani e donne adulte sono maggiormente a rischio di soffrire di questa patologia; è una delle insonnie più frequentemente riscontrate. Si è visto che dal 15 al 20% degli adulti hanno sofferto di insonnia da adattamento almeno una volta nel corso della vita.

 

Insonnia psicofisiologica

 

La causa di questo tipo di insonnia è da riscontrare in un’iperattivazione (in inglese iper-arousal) e da preoccupazioni eccessive riguardo le proprie capacità di addormentarsi. Si tratta di persone che cercano disperatamente di addormentarsi, rimuginano su quante ore di sonno hanno fatto o sul tempo che ci hanno messo ad addormentarsi, con l’unica conseguenza che il loro stato ansioso mantiene il cervello in uno stato di iperattivazione e avranno davvero problemi nell’addormentamento. E’ un cane che si morde la coda: più si rimugina, più non si dorme, e più non si dorme, più si rimugina.

 

Insonnia paradossa

 

Un tempo era chiamata anche “sindrome da errata percezione del proprio stato di sonno”. E’ una tipologia di insonnia soggettiva: il soggetto riferisce di avere difficoltà nell’addormentamento (alta latenza di sonno) o di dormire poco, ma i dati oggettivi (le registrazioni polisonnografiche) dicono tutt’altro. Vi è quindi una discrepanza tra i dati soggettivi e quelli oggettivi. E’ un disturbo non comune tra bambini ed adolescenti; tende ad insorgere nella prima età adulta o nella maturità. Gli studiosi hanno individuato alcuni fattori di rischio nell’insorgenza di questo disturbo. Tra questi, la presenza di tratti depressivi, nevroticismo, e un’iperattivazione del sistema nervoso centrale.

 

Insonnia idiopatica

 

E’ un tipo di insonnia molto rara, le cui cause sono ancora sconosciute. Insorge nell’infanzia e prosegue per tutta la vita. I bambini e gli adulti che soffrono di insonnia idiopatica lamentano difficoltà nell’addormentarsi e dormono poco, in assenza di fattori di stress o di disturbi medici e/o psichiatrici. Ne soffre meno dell’1% dei bambini e circa l’1% degli adulti. E’ un tipo di insonnia molto insidiosa, poiché non se ne conoscono le cause alla base. Può aumentare il rischio di sviluppare depressione o di assumere droghe nel tentativo estremo di auto-curarsi l’insonnia.

 

Insonnia causata da una cattiva igiene del sonno

 

insonnia2Si tratta di un’insonnia causata da comportamenti che sono incompatibili con l’instaurarsi del sonno o che impediscono una buona qualità del sonno. Tra questi comportamenti citiamo l’utilizzo eccessivo di caffeina, fare attività eccitanti e stressanti prima di andare a dormire, oppure addormentarsi e svegliarsi ad orari sempre diversi. Circa 1-2% degli adolescenti e dei giovani adulti hanno una cattiva igiene del sonno. Spesso insorge nell’adolescenza.

 

Insonnia causata da droghe o farmaci

 

Circa lo 0,2% della popolazione può avere problemi di insonnia causati dall’utilizzo di droghe o sostanze, come l’abuso di caffeina, droghe ricreative, cibo, alcool. L’insonnia può insorgere anche nel momento in cui si smette di assumere alcune di queste sostanze. Si verifica, in questi casi, l’effetto paradosso.

Le difficoltà variano a seconda della sostanza utilizzata: l’insonnia causata da sedativi, ad esempio, provoca una soppressione dei movimenti rapidi oculari (REMs) durante il sonno, sonno agitato e problemi di ridotta concentrazione e coordinazione durante la veglia successiva. L’insonnia causata da tossine si accompagna invece ad altri sintomi, come la perdita di memoria, problemi respiratori, cardiaci o gastrointestinali.

 

Insonnia dovuta a patologie mediche

 

insonnia3Alcune patologie mediche possono causare un’insonnia secondaria. Anche se può comparire a qualunque età, è più tipica della mezza età o degli anziani, circa lo 0.5 della popolazione può soffrire di questo tipo di insonnia. I disturbi medici che possono causare insonnia sono dei più disparati: vanno dall’artrite, a problemi di respirazione per arrivare perfino ai sintomi causati dalla menopausa, immobilità, patologie del rachide. I soggetti che soffrono di questo tipo di insonnia lamentano difficoltà nel mantenere la vigilanza durante le ore diurne e possono soffrire di ansie legate alla loro mancanza di sonno.

 

Insonnia dovuta a malattie mentali

 

Il rapporto tra insonnia ed alcune malattie mentali è accertato da diverse ricerche scientifiche. In alcuni casi, l’insonnia può essere il sintomo di alcune malattie mentali, come la depressione. In casi simili l’esordio della malattia mentale è concomitante a quello dell’insonnia. D’altro canto, il rapporto tra insonnia e malattie mentale è complesso: per esempio, l’insonnia può essere un fattore di rischio per l’insorgenza di alcuni disturbi psichiatrici e psicologici (come i disturbi di ansia e la depressione). Ciò significa che, nei soggetti predisposti, l’insonnia può essere uno dei fattori che innesca queste malattie mentali.

 

 

La distinzione tra le varie tipologie di insonnia è importante nell’impostare un adeguato piano terapeutico; a cause diverse corrisponde una terapia diversa, che può essere farmacologica o psicologica a seconda dei casi. Nei prossimi articoli approfondiremo la terapia dell’insonnia facendo riferimento alle tipologie qui elencate.

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