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Mar 13

L’effetto spettatore: quando la vittima chiede aiuto e nessuno fa nulla

Kitty Genovese

Kitty Genovese

Kitty Genovese era una donna 28enne di New York italoamericana. Il 13 marzo del 1964 stava rientrando a casa dopo una giornata di lavoro, di sera tardi. Incontrò Winston Moseley a circa 30 metri dalla propria abitazione, il quale la violentò brutalmente e l’accoltellò. Durante l’attacco, che durò 32 interminabili minuti, le urla della donna furono sentite da diverse persone. Quando i soccorsi arrivarono, tuttavia, la donna era già morta.

 

L’interesse nei confronti dell’omicidio di Kitty Genovese diede inizio ad un dibattito che non si esaurì nel giro di poche settimane, ma durò a lungo. Un articolo pubblicato sul New York Times evidenziò il fatto che ben 38 testimoni oculari dell’omicidio, perlopiù vicini di casa, non fecero nulla di concreto per aiutare la giovane donna. Com’era possibile una cosa simile? La profonda indignazione scaturita dai mass media generò un dibattito a livello internazionale, che spinse gli psicologi sociale a porsi una domanda fondamentale: cosa spinge le persone a non intervenire quando qualcuno chiede aiuto?

 

I primi a studiare il fenomeno furono Bibb Latané e John Darley. In base ai loro studi essi definirono il concetto di ignoranza pluralistica: nelle situazioni ambigue, le persone tendono ad osservare e a riprodurre le reazioni degli altri intorno a lui, nella falsa credenza che questi abbiano maggiori informazioni in merito alla situazione. Ma se nessuno ha conoscenze approfondite su quello che sta avvenendo, il risultato è che tutti resteranno in una situazione di attesa, ed è probabile che nessuno farà nulla di concreto. Quindi, nel caso di Kitty Genovese nessuno dei testimoni avrebbe fatto nulla perché, nell’osservare i comportamenti degli altri testimoni, avrebbero considerato la situazione una non-emergenza: dei semplici schiamazzi notturni oppure una lite tra innamorati.

 

L’ignoranza pluralistica può spiegare, in parte, anche un altro importantissimo concetto, l’effetto spettatore (bystander effect). Nello studio classico di Darley & Latané del 1968 alcuni partecipanti vennero messi in cabine separate, collegate tra di loro tramite un interfono, col compito di discutere di alcune tematiche personali. A volte i gruppi di partecipanti comprendevano solo due persone, altre volte i numeri crescevano. Un aiutante dei ricercatori, fingendosi un partecipante, riferiva tramite interfono di soffrire di crisi epilettiche quando era sotto stress. Durante l’esperimento questa persona fingeva di sentirsi male, urlando di aver bisogno di aiuto ed emettendo suoni simili a quelli che fa qualcuno quando soffoca. Le percentuali di persone che fornivano il loro aiuto alla vittima variavano a seconda della grandezza del gruppo di partecipanti:

  • Se il gruppo era composto da due persone (partecipante + vittima), l’aiuto veniva fornito dall’85% delle persone.
  • Se il gruppo era composto da tre persone (partecipante + vittima + testimone), la percentuale di aiuto scendeva al 62%.
  • Se il gruppo era composto da sei persone (partecipante + vittima + 4 testimoni), solo il 31% delle persone forniva aiuto entro 2 minuti.

 

L’effetto spettatore indica, quindi, che più il numero di testimoni sale, minori sono le probabilità che essi possano fornire aiuto alla vittima. Oltre all’ignoranza pluralistica, l’effetto testimone può essere spiegato anche dalla cosiddetta diffusione della responsabilità. Se vi è solo un testimone, la responsabilità di intervenire a difesa della vittima ricade su una sola persona. Se i testimoni sono molti di più, la responsabilità viene condivisa tra più persone.

 

Il caso di Kitty Genovese ha avuto un’importanza clamorosa nel dare l’avvio allo studio dei comportamenti, delle credenze e delle motivazioni dei testimoni nel ramo della psicologia sociale. In ogni manuale di psicologia sociale c’è un riferimento a questa notizia di cronaca nera. Per dovere di correttezza, però, va riportato che le cose non sono andate esattamente così. Negli ultimi anni è stato rivelato che i giornali dell’epoca avevano amplificato e demonizzato il ruolo passivo dei testimoni dell’omicidio: non era vero che erano 38 (ne erano molti di meno), e non è vero che nessuno ha fatto niente. Alcuni hanno telefonato alla polizia, ed altri non erano in grado di vedere i movimenti di Kitty, che dopo le prime coltellate si è spostata, trascinandosi, in una zona dove non era più possibile vederla. Ad ogni modo, per quanto la storia venga raccontata in maniera “romanzata” su alcuni libri, conoscerla e conoscere gli studi che ne sono seguiti è utile per poter prendere coscienza di alcuni fenomeni nelle situazioni di pericolo. Non bisogna dare per scontato che gli altri sappiano qualcosa più di noi della situazione, e non è detto che gli altri interverranno: prendersi la responsabilità personale di agire può salvare una vita.

 

About Manuela Altieri
Laureata in Psicologia Applicata ai Contesti Istituzionali, è esperta in psicodiagnosi generale ed evolutiva. Tra i suoi interessi, gli adattamenti e le tarature dei test psicologici, la cross-culturalità e i rapporti uomo/animale.

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Manuela Altieri

Laureata in Psicologia Applicata ai Contesti Istituzionali, è esperta in psicodiagnosi generale ed evolutiva. Tra i suoi interessi, gli adattamenti e le tarature dei test psicologici, la cross-culturalità e i rapporti uomo/animale.

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