Mar 27

Figure ambigue, aspettative e…festività

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L’immagine qui sopra è una delle figure ambigue più famose e più antiche utilizzate per lo studio della percezione. Si tratta della famosissima illusione anatra-coniglio, divulgata dallo psicologo americano Joseph Jastrow nel lontano 1899. Cos’è una figura ambigua? Si tratta di una singola immagine che può essere percepita in due modi differenti.

 

Nell’immagine tratta ad esempio, infatti, una persona può percepire la testa di un coniglio oppure quella di un’anatra. La parte sinistra della figura, quindi, può essere vista sia come le orecchie del coniglio che come il becco dell’anatra (o di un generico volatile).

 

La percezione delle immagini ambigue è sensibile alle aspettative: per dimostrare quest’ultima affermazione, Brugger & Brugger (1993) mostrarono quest’immagine a 265 soggetti nel giorno di Pasqua, e a 276 soggetti nel mese di ottobre. I soggetti erano sia bambini che adulti.

 

I risultati mostrarono che nel giorno di Pasqua le persone affermavano più spesso che la figura fosse un coniglio, mentre in ottobre riconoscevano la figura come un’anatra. Come mai? In America e nell’Europa occidentale il coniglietto pasquale (che porta doni e uova ai bambini) è un elemento tipico delle festività pasquali: si verificava, quindi una distorsione della valutazione dell’immagine causata da un bias cognitivo, del tipo: “Siamo a Pasqua, è normale aspettarsi cose pasquali intorno a me”.

 

Abbiamo provato, allora, a proporre lo stesso quesito ai fan della nostra pagina Facebook, proprio alla vigilia della Pasqua 2016.

 

E i risultati sono stati piuttosto curiosi: il 73,3% dei fan di Psicoteca ha visto una papera (o un volatile), e solo il 23,3 ha percepito un coniglio.

 

image-20160324-17851-1yv9q70_1459022252806_1181237_ver1.0I risultati sarebbero quindi in contrasto con l’esperimento di Brugger & Brugger? In realtà non è necessariamente così: è importante capire che un esperimento scientifico va eseguito con metodologie rigorose, mentre quello che abbiamo proposto noi era semplicemente un giochino, nulla di più. Il campione deve essere molto più ampio rispetto a quello che ha risposto, e va selezionato con criteri ben specifici.

 

Nonostante ciò, abbozziamo una possibile interpretazione, che dovrebbe comunque poi essere confermata con un esperimento ad hoc: in Italia non vi è una tradizione consolidata del coniglio pasquale, solo da pochi anni è stata inserita questa figura grazie alle industrie dolciarie produttrici di uova di Pasqua. In America e nell’Europa occidentale la figura del coniglio che porta le uova in un cestino e decide se i bambini sono stati buoni o cattivi per meritarlo è molto più radicata rispetto a noi: quindi l’aspettativa dei soggetti che vivono in queste culture sarebbe decisamente più alta rispetto agli italiani.

 

Bibliografia:

 

Brugger, P., & Brugger, S. (1993). The Easter Bunny in October: Is it disguised as a duck? Perceptual & Motor Skills, 76, 577-578.

 

Mar 23

Il potere della mano destra: la lateralizzazione cerebrale e il modo in cui vediamo il mondo

mancinoLe persone che utilizzano la mano sinistra per scrivere o compiere attività manuali fanno parte del 10% della popolazione mondiale. Il mancinismo ha una componente genetica e la causa di questa diversità rispetto ai destrimani è dato dal processo di lateralizzazione del cervello: nei destri è l’emisfero sinistro a predominare, mentre nei mancini è quello destro.Vivere in un mondo di destri può comportare diverse sfide, o nel migliore dei casi, seccature: qualunque mancino può raccontare delle sue difficoltà con l’utilizzo delle forbici (costruire per i destri), o dei contorsionismi per poter scrivere sulle sedie per conferenze, quelle con il piano scrittura ribaltabile posto a destra.
Finiscono qui le influenze del mondo dei destri? Secondo Daniel Casasanto, uno psicologo dell’Università di Chicago, no. Il dottor Casasanto ritiene che il mondo possieda un bias cognitivo (cioè, una preferenza) verso la destra. Per esempio, i politici tendono ad effettuare gesti negativi con la loro mano non dominante, e i genitori tendono a preferire nomi che si possono scrivere con le lettere poste sulla destra della tastiera. 

Proponiamo un’intervista fatta al Dottor Casasanto da Natalie Jacewicz, dopo il meeting dell’American Association for the Advancement of Science, a Washington D.C.

 

Natalie Jacewicz: Cosa determina l’utilizzo prevalente della mano destra o della sinistra?

Daniel Casasanto: Ciò che determina la preferenza manuale è ancora un mistero. C’è un’importante componente genetica. Ma nei gemelli identici, se uno è mancino, l’altro è mancino solo nel 70% delle volte. Quindi è probabile che ci sia anche una componente esperenziale piuttosto significativa.

 

 

Jacewicz: Come hai cominciato a studiare i bias legati all’utilizzo della mano destra e sinistra?

Casasanto: Cerco di rispondere alle domande riguardanti il linguaggio e la cognizione. Nel linguaggio c’è una relazione tra lo spazio e i concetti astratti che non sono di per sé spaziali. Per esempio, parliamo di cose positive e negative utilizzando i termini “su” e “giù”. Il morale può essere “in alto” o “a terra”. Parliamo delle cose anche con un continuum orizzontale. Nella nostra cultura – e anche in molte altre – abbiamo espressioni per attributi positivi come “la risposta giusta” (NdT. in inglese “giusto” si traduce con “right”, che significa anche “destro”), o un uomo può essere definito come “braccio destro”, ed espressioni che per cose che sono cattive o fatte male, come “giocare un tiro mancino”. Questa dicotomia sinistra-destra è ancora più rigida in alcune culture. Ad esempio in Ghana non è permesso indicare con la mano sinistra, perchè la mano sinistra è riservata a cose sporche. In alcune culture islamiche viene insegnato ad usare il piede destro per entrare nella moschea e il piede sinistro per entrare nel bagno.

La maggioranza di noi è destrimane. Gli psicologi sociali ci hanno mostrato che esiste un legame tra la fluenza (la destrezza, l’agilità motoria) e la bontà percepita. Viviamo interagendo più fluentemente sulla destra con la nostra mano dominante… se le persone concettualizzano le cose positive e negative su un continuum sinistra-destra nel modo in cui suggerisce il linguaggio e la cultura, tutti dovrebbero pensare che “destro” significhi “buono”. Oppure, se abbiamo una metafora mentale basata sulle asimmetrie nel modo in cui usiamo le nostre mani, allora i destri dovrebbero pensare che “destro” significa “buono”, ma i mancini dovrebbero pensare che “sinistro” è “buono – nonostante tutto quello che gli dice la lingua e la cultura.

 

 

Jacewicz: Hai svolto una serie di studi sulla preferenza manuale e il bias. Puoi illustrarcene qualcuno?


Casasanto
: Siamo partiti, molto semplicemente, con un questionario, dove le persone vedevano delle coppie di alieni – uno sul lato sinistro e l’altro sul lato destro della pagina – e gli chiedevamo quale alieno della coppia sembrava più onesto, o meno intelligente, o più attraente. In media i destri attribuivano più qualità positive alle creature aliene che gli capitava di vedere sulla destra, mentre i mancini preferivano le creature che vedevano a sinistra.

Volevamo sapere se si potesse osservare questo tipo di pattern “in natura”. Uno dei metodi con i quali ci siamo cimentati era l’analisi dei gesti e dei discorsi spontanei. Abbiamo trovato un ampio corpus, meraviglioso, già trascritto, di discorsi e gesti sul web nei dibattiti per la corsa alla presidenza. E’ capitato, nel 2004 e nel 2008, che i candidati alle elezioni presidenziali [NdT: si riferisce alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti] fossero due destrimani e due mancini, uno per ogni partito.

I candidati alle elezioni presidenziali U.S.A. del 2004 e 2008. Due sono mancini e due destri, ugualmente distribuiti tra democratici e repubblicani.

I candidati alle elezioni presidenziali U.S.A. del 2004 e 2008. Due sono mancini e due destri, ugualmente distribuiti tra democratici e repubblicani.

 

Era perfetto. Obama è mancino, e McCain è mancino. Ma Kerry è destro, e lo è anche Bush. Abbiamo suddiviso tutti i loro discorsi in frasi, e poi abbiamo valutato se ogni frase esprimesse un’idea positiva o negativa, se potevamo farlo. Poi abbiamo osservato tutti i loro gesti con le mani, e abbiamo trascritto se era un gesto eseguito con la mano destra o con la mano sinistra. In generale, tutti gesticolavano di più con la loro mano dominante, ma i destrimani tendevano a gesticolare di più con la loro mano destra nel pronunciare frasi positive, i mancini lo facevano invece con la mano sinistra.

 

 

Jacewicz: Avete anche osservato il modo in cui la tastiera QWERTY influenza la nostra preferenza per le parole. Parlami di questo.

Casasanto: Ci siamo chiesti se l’atto di digitare le parole possa velatamente modificare il loro significato. Ed è questo che i dati suggeriscono: in diverse lingue abbiamo scoperto che le parole con più lettere disposte sulla destra della tastiera sono valutate, in media, in maniera più positiva, e le parole con più lettere disposte a sinistra della tastiera in maniera più negativa. Sembra perfino che la tastiera stia esercitando un’influenza inconscia sul come diamo il nome ai nostri figli. Dal 1990 – l’inizio dell’era in cui i computer con tastiera QWERTY si sono diffusi nelle nostre case – la popolarità dei nomi con lettere a destra della tastiera si è impennata.

 

 

Jacewicz: Mi dici qualcosa sui tuoi recenti esperimenti sulla preferenza manuale e la motivazione?

Casasanto: La motivazione è un altro aspetto dell’emozione – quanto sei motivato per approcciarti o ritirarti da situazioni sociali simili? Nel fare questo lavoro sulla preferenza manuale, abbiamo trovato questa costante: sembrava che le persone usassero le mani in modo diverso per azioni che richiedevano una motivazione diversa. Supponiamo che metta una palla da tennis sul tavolo e ti chieda di raccoglierla. Quale mano è più probabile che utilizzi?

Jacewicz: Userei la mano destra.

Casasanto: La destra. La tua mano dominante. Supponiamo che io ti chieda di lanciarmi quella palla da tennis.

Jacewicz: Sempre la mano destra.

Casasanto: Ma se improvvisamente ti lanciassi la palla da tennis in faccia, molto probabilmente ti difenderesti utilizzando la mano sinistra.

Jacewicz: Uhm. Non saprei dirti, ma ti credo.

Casasanto: E’ stato provato in laboratorio da uno psicologo chiamato Stanley Coren [nell’University of British Columbia a Vancouver]. Il tutto può essere sintetizzato con l’esempio delle persone che usavano spade e scudi nel passato.

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I soldati si difendevano con lo scudo con la mano non dominante; la spada era brandita con quella dominante.

I soldati brandivano le spade con la mano dominante e con essa effettuavano azioni di approccio – come pugnalare il nemico – e impugnavano lo scudo con la mano non dominante per respingere l’attacco. Ti serve la mano dominante per le azioni che richiedono più destrezza. E metti a rischio la mano che usi di meno per metterla al servizio della difesa.

Il motivo per cui questo schema sull’uso delle mani era interessante è che un’ampia letteratura sulla motivazione cerebrale aveva suggerito che l’emisfero sinistro fosse specializzato nella motivazione all’azione, e l’emisfero destro nella motivazione ad evitare un qualcosa. Ovviamente, questi studi sono stati svolti quasi esclusivamente con i destrimani. I neuroscienziati escludevano regolarmente i mancini, pensando che “sporcassero” i risultati. Ma forse i mancini, che usano la mano sinistra per reggere la spada, hanno l’emisfero destro che controlla la loro motivazione.

 

 

Jacewicz: E tu l’hai sperimentato. Come hai fatto?

Casasanto: Abbiamo fatto venire le persone nel laboratorio e gli abbiamo messo un cappuccio in testa per la misurazione elettroencefalografica. Gli occhi erano chiusi. Non si muovevano, non leggevano o rispondevano. Abbiamo correlato il quantitativo di attività neurale in un emisfero con quella dell’altro con la misura di quanto quelle persone avessero una motivazione all’azione come tratto di personalità.

Osservando i risultati ottenuti dalle 10 paia di elettrodi abbiamo trovato che la relazione tra attività neurale e motivazione all’azione va in una direzione per i destrimani e nell’altro verso per i mancini. In quelli che usano la mano destra, più sei motivato all’azione, più hai attività neurale nell’emisfero sinistro durante il riposo. Nei mancini, più sei un individuo motivato all’azione, più è attivato l’emisfero destro.

 

 

Jacewicz: Hai detto che ciò ha delle implicazioni sul come curiamo i problemi mentali. Come mai?

Casanto: Sulla base di questo modello dell’emisfero sinistro sono stati sviluppati interventi clinici dove le persone utilizzano campi magnetici o elettricità per modificare l’equilibrio dell’attività neurale e spostarla nell’emisfero appropriato. I trattamenti clinici per la maggior parte dei disturbi mentali – come il disturbo depressivo maggiore e i disturbi di ansia – devono essere confezionati su misura per le persone. Se pazienti destrimani ricevessero una di queste terapie, aumentando l’attività neurale nell’emisfero sinistro, è probabile che ne beneficerebbero. Ma se i mancini si sottoponessero alla stessa terapia, potrebbe essere dannoso. Sarebbe l’opposto di cui avrebbero bisogno. Ma si può semplicemente “rovesciare” la terapia e trattare i mancini in maniera appropriata rispetto alla loro organizzazione neurale.

 

 

Jacewicz: C’è altro che possiamo fare per contrastare questi bias sulla preferenza manuale?

Casasanto: Siamo a conoscenza del fatto che la posizione a destra o a sinistra del nome di un candidato sulla scheda elettorale può influenzare il numero di voti ottenuti dal candidato. Quindi dovremmo assicurarci che i nomi dei candidati siano equalmente distribuiti a sinistra o a destra su qualsiasi scheda elettorale che abbia delle colonne o sulle cabine elettorali sulle quali ci siano i nomi dei candidati. Non è ordinaria amministrazione utilizzare questo sistema.

Più generalmente, se diventiamo coscienti di questi bias, è vero che potrebbero non sparire, ma potremmo diventare meno suscettibili ad essi.

 

 

Jacewicz: Hai notato qualche cambiamento nei tuoi bias da quando hai dato inizio a questa ricerca?

Casasanto: Sono diventato consapevole della tendenza a preferire le cose poste alla mia destra. Ho vissuto per un po’ in Olanda, e c’era un mercato con una bancarella che vendeva salsicce. Queste erano disposte sul tavolo da sinistra a destra. Settimana dopo settimana, le mie salsicce preferite sono diventate quelle poste all’estrema destra del tavolo.

Queste influenze dello spazio sul giudizio … potrebbero fornire una spiegazione a posteriori per alcuni risultati sconvolgenti. Per esempio, c’è un articolo classico del 1978 che indagava l’effetto dell’aroma sul comportamento di acquisto dei compratori. Due psicologi sociali avevano sistemato della merce disposta in fila da destra a sinistra, e gli avevano spruzzato addosso profumi diversi. E’ risultato che l’odore non aveva un effetto significativo sul giudizio delle persone. Quello che aveva importanza era la disposizione destra/sinistra della merce. I ricercatori rimasero senza parole. Adesso abbiamo una possibile spiegazione.

 

 

[ L’intervista in lingua originale è visibile qui. La traduzione in italiano è a cura di Psicoteca. E’ vietato copiare la traduzione dell’intervista senza autorizzazione esplicita. ]

Mar 16

Il rapporto tra l’uomo e l’ambiente fisico: la psicologia ambientale e la sua utilità nel contesto odierno

La Psicologia Ambientale è una branca della psicologia dedicata allo studio del rapporto che intercorre tra noi e l’ambiente fisico.

 

Dagli anni ’60 ad oggi vi è stata una crescita dell’interesse delle persone per l’ecologia e l’ambiente intorno a noi, che si è tramutato in un aumento di consapevolezza relativamente al rispetto dell’ambiente riguardo a temi come surriscaldamento globale, inquinamento, deforestazione ecc, che sono essenzialmente frutto di azioni umane.

 

© Francesca Corona

© Francesca Corona

La psicologia ambientale si occupa di trovare strategie per promuovere l’eco-sostenibilità ambientale. In una realtà ricca di inquinamento come quella in cui viviamo, è importante diventare sempre più coscienti dell’importanza di piccole azioni che possono fare la differenza, perché è da noi e dalla nostra mente che inizia il processo di salvaguardia dell’ambiente, ambiente in cui noi stessi viviamo e che vorremmo che sia sempre perfetto.

 

Tenere conto della psicologia ambientale e del comportamento eco-sostenibile è prendersi cura di dove stiamo e del modo in cui conduciamo la nostra vita. Alcuni accorgimenti spezzano la nostra abitudine, possono risultare a primo impatto difficili da assumere, ma guardando oltre la nostra resistenza al cambiamento, possiamo attuarli e rinnovarci di giorno in giorno… non solo per l’ambiente, ma per noi stessi.

 

La vita frenetica, specialmente cittadina, ci porta spesso ad utilizzare la nostra automobile anche laddove potremmo sostituirla con le nostre gambe, o con una sana e tonificante bicicletta.

Le variabili al riguardo sono tante. Alcune sono:

  • presenza o meno di piste ciclabili e di marciapiedi;
  • distanza tra noi e il luogo-meta;
  • carico più o meno pesante a livello fisico di eventuali oggetti in relazione a chi li porta (per esempio al supermercato… ma esistono i carrelli della spesa,  la vostra schiena ringrazierà!);
  • volontà più o meno presente e ‘’voglia’’ di fare attività fisica (perché camminare è attività fisica vera e propria!);
  • e soprattutto: interesse o meno per l’ambiente. Quante volte, a ripensarci bene, abbiamo usato la macchina quando era pressoché superflua e sostituibile con i nostri piedi? Magari per andare dietro casa, per poi magari stressarci a girare e rigirare per trovare un parcheggio, perdendo tempo e sprecando benzina, e… inquinando?

 

Documentarsi e subire in prima persona i danni dell’inquinamento (dell’aria, in primis!) ci ha resi sensibili su questo tema, anche se mai abbastanza. Internet al momento ci offre un’ottima informazione proveniente da tanti studi ed esperimenti eseguiti in campo ecologico, che non ci resta che scoprire, per diventare sempre più ‘’eco-sostenibilmente’’ consapevoli.

 

a cura di Francesca Corona
Fotografa di 26 anni, laureanda in Psicologia dello sviluppo e dei processi socio-lavorativi. Lavora unendo la fotografia e la psicologia con l’obiettivo di dare voce all’ ’’anima’’ delle cose e delle persone nella sua attività: Voice of the Soul Photography, e come fotografa di reportage emozionale nella squadra Emotional Photography. Innamorata della natura, della musica, dell’arte in tutte le sue forme, e dei viaggi.

Mar 13

L’effetto spettatore: quando la vittima chiede aiuto e nessuno fa nulla

Kitty Genovese

Kitty Genovese

Kitty Genovese era una donna 28enne di New York italoamericana. Il 13 marzo del 1964 stava rientrando a casa dopo una giornata di lavoro, di sera tardi. Incontrò Winston Moseley a circa 30 metri dalla propria abitazione, il quale la violentò brutalmente e l’accoltellò. Durante l’attacco, che durò 32 interminabili minuti, le urla della donna furono sentite da diverse persone. Quando i soccorsi arrivarono, tuttavia, la donna era già morta.

 

L’interesse nei confronti dell’omicidio di Kitty Genovese diede inizio ad un dibattito che non si esaurì nel giro di poche settimane, ma durò a lungo. Un articolo pubblicato sul New York Times evidenziò il fatto che ben 38 testimoni oculari dell’omicidio, perlopiù vicini di casa, non fecero nulla di concreto per aiutare la giovane donna. Com’era possibile una cosa simile? La profonda indignazione scaturita dai mass media generò un dibattito a livello internazionale, che spinse gli psicologi sociale a porsi una domanda fondamentale: cosa spinge le persone a non intervenire quando qualcuno chiede aiuto?

 

I primi a studiare il fenomeno furono Bibb Latané e John Darley. In base ai loro studi essi definirono il concetto di ignoranza pluralistica: nelle situazioni ambigue, le persone tendono ad osservare e a riprodurre le reazioni degli altri intorno a lui, nella falsa credenza che questi abbiano maggiori informazioni in merito alla situazione. Ma se nessuno ha conoscenze approfondite su quello che sta avvenendo, il risultato è che tutti resteranno in una situazione di attesa, ed è probabile che nessuno farà nulla di concreto. Quindi, nel caso di Kitty Genovese nessuno dei testimoni avrebbe fatto nulla perché, nell’osservare i comportamenti degli altri testimoni, avrebbero considerato la situazione una non-emergenza: dei semplici schiamazzi notturni oppure una lite tra innamorati.

 

L’ignoranza pluralistica può spiegare, in parte, anche un altro importantissimo concetto, l’effetto spettatore (bystander effect). Nello studio classico di Darley & Latané del 1968 alcuni partecipanti vennero messi in cabine separate, collegate tra di loro tramite un interfono, col compito di discutere di alcune tematiche personali. A volte i gruppi di partecipanti comprendevano solo due persone, altre volte i numeri crescevano. Un aiutante dei ricercatori, fingendosi un partecipante, riferiva tramite interfono di soffrire di crisi epilettiche quando era sotto stress. Durante l’esperimento questa persona fingeva di sentirsi male, urlando di aver bisogno di aiuto ed emettendo suoni simili a quelli che fa qualcuno quando soffoca. Le percentuali di persone che fornivano il loro aiuto alla vittima variavano a seconda della grandezza del gruppo di partecipanti:

  • Se il gruppo era composto da due persone (partecipante + vittima), l’aiuto veniva fornito dall’85% delle persone.
  • Se il gruppo era composto da tre persone (partecipante + vittima + testimone), la percentuale di aiuto scendeva al 62%.
  • Se il gruppo era composto da sei persone (partecipante + vittima + 4 testimoni), solo il 31% delle persone forniva aiuto entro 2 minuti.

 

L’effetto spettatore indica, quindi, che più il numero di testimoni sale, minori sono le probabilità che essi possano fornire aiuto alla vittima. Oltre all’ignoranza pluralistica, l’effetto testimone può essere spiegato anche dalla cosiddetta diffusione della responsabilità. Se vi è solo un testimone, la responsabilità di intervenire a difesa della vittima ricade su una sola persona. Se i testimoni sono molti di più, la responsabilità viene condivisa tra più persone.

 

Il caso di Kitty Genovese ha avuto un’importanza clamorosa nel dare l’avvio allo studio dei comportamenti, delle credenze e delle motivazioni dei testimoni nel ramo della psicologia sociale. In ogni manuale di psicologia sociale c’è un riferimento a questa notizia di cronaca nera. Per dovere di correttezza, però, va riportato che le cose non sono andate esattamente così. Negli ultimi anni è stato rivelato che i giornali dell’epoca avevano amplificato e demonizzato il ruolo passivo dei testimoni dell’omicidio: non era vero che erano 38 (ne erano molti di meno), e non è vero che nessuno ha fatto niente. Alcuni hanno telefonato alla polizia, ed altri non erano in grado di vedere i movimenti di Kitty, che dopo le prime coltellate si è spostata, trascinandosi, in una zona dove non era più possibile vederla. Ad ogni modo, per quanto la storia venga raccontata in maniera “romanzata” su alcuni libri, conoscerla e conoscere gli studi che ne sono seguiti è utile per poter prendere coscienza di alcuni fenomeni nelle situazioni di pericolo. Non bisogna dare per scontato che gli altri sappiano qualcosa più di noi della situazione, e non è detto che gli altri interverranno: prendersi la responsabilità personale di agire può salvare una vita.

 

Feb 21

Per quanto tempo durano gli effetti del bullismo?

In un recente articolo abbiamo visto cos’è il bullismo, quali sono gli attori in gioco durante le dinamiche di potere all’interno del gruppo classe e quali sono gli effetti psicologici e comportamentali del bullismo su vittime e bulli.

 

BullyingQuello che mancava al quadro già descritto era però andare a vedere quanto tempo restano le cicatrici psicologiche sui bambini causate dal bullismo. Uno studio pubblicato sull’American Journal of Psychiatry [Takizawa et al. 2014] si è occupato di verificare gli effetti psicologici sulle vittime lungo un arco di vita di 40 anni. Si tratta del primo studio longitudinale sugli effetti del bullismo così a lungo termine.

 

I dati provenivano dal British National Child Development Study, uno studio nel quale furono inclusi una coorte di bambini nati in una settimana del 1958. Gli autori dello studio hanno esaminato un campione di 7771 partecipanti. I genitori dei bambini riferirono che, all’età di 7 ed 11 anni, erano stati vittime di bullismo. Questi stessi soggetti sono stati seguiti tra i 23 e i 50 anni.

I risultati hanno mostrato che gli individui che erano state vittime di bullismo da bambini, rispetto ai coetanei non bullizzati, avevano:

  • Livelli di stress psicologico aumentati
  •  Funzionamento cognitivo inferiore
  • Rischio più alto di ansia, depressione e pensieri suicidi
  • Minore probabilità di avere relazioni affettive
  • Più probabilità di avere difficoltà economiche nella vita adulta
  • Una percezione bassa della qualità di vita a 50 anni

 

Le difficoltà, quindi, sembrano non solo coinvolgere diversi ambiti di vita (cognitivo, affettivo, economico e sociale), ma si protraggono per diverse decadi dopo i comportamenti di bullismo.

A tale riguardo, uno degli autori, il professor Louise Arseneault, ha affermato:

 

“Dobbiamo discostarci dalla percezione che il bullismo sia solo una parte inevitabile del processo di crescita. Gli insegnanti, i genitori e chi si occupa di programmi educativi dovrebbero essere consapevoli che ciò che accade nel cortile della scuola ha ripercussioni a lungo termine per i bambini. I programmi per fermare il bullismo sono estremamente importanti, ma dobbiamo anche concentrare i nostri sforzi sugli interventi precoci, per prevenire i potenziali problemi che potrebbero persistere nell’adolescenza e nell’età adulta”.

 

Per approfondire la tematica del bullismo: Bulli e pupe? No: bulli, vittime e spettatori. Cosa c’è dietro al bullismo.

Feb 16

Cucina pulita, dieta garantita? Il rapporto tra cibo ed ambiente fisico

dieta_ciboUn nuovo studio pubblicato sulla rivista Environment and Behaviour ha studiato il rapporto tra l’assunzione di cibo e l’ambiente in cui le persone vivono. Secondo i risultati ottenuti, sembra che vivere in un ambiente caotico causi stress, il che può portare ad assumere più calorie rispetto a chi vive in un ambiente più ordinato.

 

Vartanian e colleghi [2016] hanno chiesto al campione di soggetti (tutte donne) di attendere all’interno di una cucina. Metà dei soggetti hanno aspettato all’interno di una cucina disordinata, l’altra metà in una cucina tirata a lucido e ben organizzata. All’interno della stanza vi erano biscotti, crackers, carote.

 

L’ambiente caotico all’interno della cucina è stato creato lasciando i piatti sporchi nel lavello, lasciando giornali aperti sul tavolo e facendo squillare il telefono. Le donne poste all’interno di quest’ambiente hanno mangiato il doppio dei biscotti rispetto alle donne all’interno di un ambiente ordinato e tranquillo. Nel giro di dieci minuti le partecipanti nell’ambiente caotico avevano assunto, in media, 103 calorie; 65 calorie in più rispetto a chi era stato nella cucina ordinata (38 calorie).

 

Trovarsi in un ambiente caotico e sentirsi fuori controllo non è un bene per le diete. Sembra che porti la gente a pensare, ‘E’ tutto fuori controllo, perché non dovrei esserlo anch’io?’“, dice Lenny Vartanian, primo autore dell’articolo.

 

Lo studio, infine, si è occupato anche di analizzare il rapporto tra lo stress/rilassatezza, l’ambiente e l’assunzione di calorie. In assoluto le persone che mangiavano di più che avevano riferito di essere stressate in un questionario compilato prima di iniziare l’esperimento.

 

Quindi, se l’ambiente caotico può costituire un fattore di rischio rispetto all’assunzione di cibi non salutari ed ipercalorici, l’assenza di stress può costituire un fattore di protezione che va a moderare quella vulnerabilità. Lo stress, invece, funge da amplificatore della vulnerabilità, riducendo le probabilità che la persona resista agli snack calorici.

Bibliografia:

Lenny R. Vartanian, Kristin M. Kernan and Brian Wansink (2016). Clutter, Chaos, and Overconsumption: The Role of Mind-Set in Stressful and Chaotic Food Environments. Environment and Behavior. doi: 10.1177/0013916516628178

 

 

Feb 15

Il ruolo delle fantasie e della pornografia nel serial killer

Sapevo già molto tempo prima di cominciare ad uccidere che avrei ucciso; che avrei finito per fare così. Le fantasie erano troppo forti. Andavano avanti da troppo tempo ed erano troppo elaborate.
Ed Kemper, Serial Killer

Abbiamo già avuto modo di parlare dei serial killer: si tratta di criminali che hanno compiuto più di tre omicidi in momenti diversi, con un periodo di raffreddamento emozionale tra un omicidio ed un altro. In quest’articolo ci concentreremo sulle fantasie dei serial killer.

 

these-9-signs-could-help-you-spot-a-serial-killer-before-it-s-too-late-406836Nel compiere un’azione omicidiaria, infatti, il serial killer parte da una fantasia, che è una modalità di pensiero per immagini. Una fantasia è, secondo la definizione di Ressler, Burgess e Douglas, “un pensiero elaborato con un elevato livello di sofisticazione, che trae la sua origine dalle emozioni e viene generato nei sogni a occhi aperti”. La fantasia non è una modalità di pensiero specifica dei serial killer.

 

Gli adulti e i bambini possono ricorrere ad una fantasia per mantenere il controllo su una situazione immaginata, per placare le proprie paure o ansie. Si ricorre alla fantasia per sperimentare una situazione di piacere, ma quando si entra troppo spesso in questa sorta di “realtà alternativa” il rischio è quello di sviluppare una sorta di identità doppia, una usata nella fantasia, che ha la capacità di dominio e potere sugli altri, e una da usare nella realtà vera e propria. Nell’entrare ed uscire dalla fantasia con frequenza sempre maggiore, il soggetto sperimenta una difficoltà nel distinguere tra le due identità e finirà per “utilizzare” l’identità dominante nella fantasia anche nella realtà.

La fantasia nel serial killer è spesso particolarmente intrisa di sesso e violenza, ed è parte di un processo di tipo circolare: le fantasie aiutano l’individuo nel commettere l’omicidio, e gli omicidi a loro volta aiutano a rendere più elaborate le fantasie.

 

Lo sviluppo delle fantasie avviene in età infantile. Tutti i bambini fantasticano, soprattutto durante il gioco; nel bambino sano, anzi, questa modalità di pensiero ha una funzione positiva, perché aiuta il soggetto ad aumentare la capacità di apprendimento tramite la ripetizione mentale del pensiero e delle azioni. Nel bambino che diventerà un futuro serial killer, tuttavia, l’attività fantastica ha caratteristiche particolari. Oltre alla presenza di fantasie aggressive vi è un alto livello di egocentrismo, e se nel gioco vengono inclusi familiari ed altri bambini, questi non vengono considerati come altri soggetti con cui interagire, ma come semplici estensioni del mondo interno del bambino. Considerare gli altri come estensioni del proprio mondo interiore significa porre scarsa attenzione al proprio comportamento e alle conseguenze che esso può avere sugli altri.

 

Ad un certo punto le fantasie conducono inevitabilmente alla messa in atto di questi istinti aggressivi e sessuali: ecco perché spesso i ragazzini che diventeranno serial killer hanno una storia alle spalle di violenza su oggetti inanimati e poi di animali.

 

In età adulta queste fantasie aggressive, quindi, porteranno all’omicidio seriale. Nell’attività fantastica si ripete mentalmente l’omicidio, in attesa di compierlo. E’ come se le fantasie fossero le “prove generali” prima di andare in scena, anche se l’assassino seriale non riuscirà quasi mai a dare vita ad un omicidio che rispecchi perfettamente la sua fantasia. I suoi continui atti omicidiari costituiscono, da questo punto di vista, un continuo tentativo di
perfezionamento e di adeguamento della realtà alle sue fantasie.

 

Un ruolo importante in tale frangente è costituito dall’uso intenso di pornografia in età adulta, in particolare di quella violenta. Questo tipo di pornografia può stimolare la psiche dei soggetti con predisposizione al comportamento violento, poiché mostra un rapporto tra uomo e donna distorto, nel quale il primo ha la funzione di “padrone” con controllo assoluto dell’altra. La figura femminile viene vista solo come un oggetto in balia dell’uomo. I giornali e i film pornografici violenti forniscono un modello da utilizzare nelle fantasie dell’assassino seriale, nel quale il soggetto può ribaltare la realtà traumatica in cui vive ed assumere il ruolo di dominatore ed aggressore attivo. Occupare questo ruolo solo nelle fantasie, col tempo, non sarà più soddisfacente, e il modello violento tenderà a trasporsi nella realtà, con le conseguenze già note. Nella sua ultima intervista prima di essere giustiziato Ted Bundy, serial killer statunitense, offre un importante spaccato del rapporto tra gli assassini seriali e la pornografia:

 

Ted Bundy (1946-1989), serial killer americano autore di almeno 30 omicidi.

Ted Bundy (1946-1989), serial killer americano autore di almeno 30 omicidi.

INTERVISTATORE – In che modo hai scoperto l’esistenza della pornografia?
TED BUNDY – Ero un ragazzino di 12 o 13 anni e, quando uscivo di casa per andare nei negozi locali, mi accorsi per la prima volta che, nelle edicole, erano esposte delle riviste pornografiche. […] A volte, mi capitava anche di mettere le mani su riviste dove erano raffigurate scene più esplicite in cui il sesso era associato alla violenza e quelle immagini mi colpivano profondamente. Il genere di pornografia più deleterio – e lo dico basandomi sulla mia personale esperienza – è proprio quella che associa il sesso alla violenza. La miscela di queste due forze provoca una combinazione letale e porta a commettere azioni indescrivibili – e io lo so molto bene.

 

 

In alcuni rari casi i serial killer riescono a realizzare le loro fantasie, a raggiungere quindi il loro obiettivo. Quando ciò avviene, l’assassino seriale può comportarsi in due modi diversi:
Può smettere di uccidere, ritenendo di aver soddisfatto la sua fantasia. Ad esempio, la fantasia di Ed Kemper era quella di uccidere sua madre, e quando riuscì nel suo intento, dopo aver ucciso un’altra donna, si consegnò alla giustizia. La fantasia di Andrew Cunanan, invece, era quella di uccidere un personaggio famoso incluso in una sua lista. Quando riuscì ad ucciderne uno, lo stilista italiano Gianni Versace, si suicidò.
Può continuare ad uccidere per ripetere la fantasia, per raggiungere livelli
di perfezione sempre più altri, oppure può cambiare il tipo di fantasia da
raggiungere, inserendovi elementi più violenti o elaborati, per ottenere un livello di soddisfacimento maggiore.

 

Il rapporto tra fantasia e serial killer è quindi diverso rispetto a quello esistente dagli altri adulti o bambini: ha caratteristiche ossessive, compulsive e cicliche, e queste caratteristiche particolari della fantasia costituiscono una delle spinte più importanti a commettere quegli atti criminali che godono di triste fama nella cronaca nera.

Feb 14

Relazioni a distanza ed intimità: è davvero così difficile amare stando lontani?

L'8% delle coppie italiane hanno una relazione a distanza [dati Istat]

L’8% delle coppie italiane ha una relazione a distanza [dati Istat]

Le relazioni a distanza godono di una brutta fama: sono considerate, infatti, rare e anormali. Il prototipo di relazione è quello che si vive giorno per giorno mantenendo contatti faccia a faccia, stando vicini dal punto di vista geografico. Sicuramente vivere relazioni a distanza può essere più complesso sotto certi punti di vista, ma si tratta davvero di relazioni destinate a finire o di serie B rispetto a quelle tradizionali?

 

Un recente studio (Jiang & Hancock 2013) ha parzialmente disconfermato alcune delle idee legate a questo tipo di relazioni. I due autori hanno intervistato 67 coppie, alcune coinvolte in relazioni tradizionali, altre in quelle a distanza, chiedendogli quante interazioni avessero avuto nel corso delle giornate. Sono state indagate anche la tipologia delle interazioni: faccia a faccia, telefonate, email, videochat, sms, messagistica instantanea. Inoltre, nel corso della settimana le coppie hanno compilato dei questionari che indagavano il grado di intimità che avevano i membri della coppia e la capacità dei soggetti di confidarsi tra di loro.

 

Dai risultati di questo studio, a dispetto di quanto si potesse ipotizzare, erano le coppie a distanza che affermavano di sentirsi più in intimità con il partner rispetto alle coppie tradizionali che vivevano vicine. Anche il livello di fiducia era più alto rispetto alle altre coppie.

 

Come può essere spiegato questo risultato? Secondo Jiang e Hancock la maggiore intimità sarebbe data dal fatto che le coppie in una relazione a distanza:

  • Si confidano di più riguardo le loro cose personali
  • Tendono ad idealizzare di più il partner

 

Per gli autori questi due fattori costituiscono delle strategie di coping, di fronteggiamento della situazione. Jiang afferma, a riguardo: “la nostra cultura enfatizza lo stare insieme fisicamente e il contatto faccia a faccia nelle relazioni intime, ma le relazioni a distanza si oppongono chiaramente a tutti questi valori. Le persone non devono essere così pessimiste sugli amori a distanza. Le coppie che vivono a distanza cercano di comunicare affetto e intimità di più rispetto a quelle geograficamente vicine, e i loro sforzi vengono ripagati“.

 

Verrebbe da pensare, allora, al perché alcune coppie riescono a gestire la relazione a distanza ed altre no. Lo studio non si è occupato di risolvere quest’enigma, ma probabilmente ciò ha a che fare con alcune caratteristiche di personalità dei membri della coppia e delle loro capacità di coping. In ogni caso, come emerge da questo studio, le relazioni a distanza non sono senza speranza: sicuramente in alcune caratteristiche possono essere svantaggiate rispetto a chi ha la possibilità di avere il partner vicino, ma se gestite bene, possono essere ugualmente soddisfacenti.

 

Cosa ne pensi dello studio? Sei d’accordo con quanto è stato detto? Faccelo sapere con un commento!

Feb 12

Pillole di psicologia: l’esperimento del marshmallow di Stanford

Walter Mischel, lo psicologo ideatore dell'esperimento.

Walter Mischel, lo psicologo ideatore dell’esperimento.

Ci sono alcuni esperimenti che hanno fatto la storia, e si trovano in tutti i più grandi manuali di psicologia. Tra questi vi è sicuramente l’esperimento del marshmallow di Stanford, basato sul concetto di gratificazione differita nei bambini.

Lo psicologo Walter Mischel negli anni ’60 diede inizio ad una serie di esperimenti con bambini di diversa età, con studi di follow up sul campione originale di soggetti che proseguono ancora oggi. L’obiettivo dello scienziato era quello di studiare “la forza di volontà, e in particolare la gratificazione differita e valutarne le conseguenze future – come le persone la esercitano o meno nella vita di tutti i giorni“.

 

L’esperimento del marshmallow di Stanford: meglio un uovo oggi…Nell’#esperimento del marshmallow di #Mischel si metteva il bambino di fronte a due opzioni: mangiare subito un marshmallow o attendere il ritorno del ricercatore ed averne due. Oltre ad essere comicissimo (i #bambini durante l’attesa facevano e dicevano di tutto), ha portato innumerevoli conoscenze nell’ambito della #gratificazione differita: più i bambini erano grandi di età, più riuscivano a mettere in atto strategie per ritardare la gratificazione. Studi di follow up nei decenni successivi hanno dimostrato che i bambini che erano riusciti a resistere per ricevere il marshmallow erano descritti dai genitori come #adolescenti più maturi e responsabili. La capacità di #autocontrollo era inoltre correlata a voti più alti nei test di ammissione all’#università.[ Traduzione italiana del video di Psicoteca.it ]PER APPROFONDIRE : http://www.psicoteca.it/2016/02/12/pillole-di-psicologia-lesperimento-del-marshmallow-di-stanford/

Pubblicato da Psicoteca su Giovedì 11 febbraio 2016

 

I marshallow sono stati utilizzati come ricompensa nell'esperimento. In altre repliche sono stati utilizzati altri dolciumi, come i biscotti Oreo.

I marshmallow sono stati utilizzati come ricompensa nell’esperimento. In altre repliche dell’esperimento sono stati utilizzati altri dolciumi, come i biscotti Oreo.

Nell’esperimento originale lo sperimentatore faceva entrare un bambino in una stanza e gli metteva davanti un marshmallow (o un biscotto Oreo o una ciambella pretzel: il tutto dipendeva da quale leccornia il bimbo era più attratto). L’adulto avvertiva il bambino che si sarebbe assentato per qualche minuto, ma prima di andar via lo poneva di fronte a due alternative: mangiare subito il marshmallow, o aspettare a mangiarlo, così quando sarebbe ritornato avrebbe avuto un secondo dolcetto come ricompensa. Se nell’attesa avessero voluto mangiare il marshmallow, avrebbero dovuto prima suonare una campanella posta all’interno della stanza. Una minoranza di bambini decideva di mangiare subito il marshmallow (detti low-delayers): altri mettevano in atto strategie per mantenere l’autocontrollo. Circa un terzo dei bambini riusciva ad aspettare fino in fondo per ottenere il secondo marshmallow ( i cosiddetti high-delayers). I primi risultati mostravano differenze legate all’età: più i bambini erano grandi, più riuscivano a resistere e a differire la gratificazione.

 

L’esperimento fu ripetuto più volte, anche nei decenni successivi. Ecco alcune delle reazioni dei bambini raccontate dallo stesso Mischel:

Enrico, un bambino grande per la sua età e vestito con una t-shirt colorata, con un bel viso sormontato da ricci biondi tagliati con cura, attese con pazienza. Inclinò all’indietro la sua sedia contro il muro dietro di sé, urtandolo ripetutamente, mentre fissava il soffitto con uno sguardo annoiato e rassegnato, respirava rumorosamente, come se gli piacesse ascoltare quei suoni incredibilmente forti che faceva. Continuò a sbattere contro il muro finché Monica non tornò, ed ottene due biscotti.

Blanca si tenne occupata con una conversazione silenziosa mimata – come un monologo di Charlie Chaplin – nella quale sembrava darsi istruzioni con cura, su cosa fare e cosa evitare mentre aspettava i suoi dolcetti. Mimava perfino i suoi dolcetti immaginari premendo le mani vuote contro il naso.” [Mischel 2014]

 

I risultati più importanti si ebbero, tuttavia, quando Mischel decise di trasformare l’esperimento in un esperimento longitudinale: che futuro avevano avuto i bambini dell’esperimento originale? Che correlazione c’era tra il loro autocontrollo e le loro caratteristiche di personalità e i loro traguardi di vita?

 

Nel primo studio di follow up (1982) si utilizzò come campione alcuni dei 500 bambini (ora adolescenti) che erano stati sottoposti al test tra il 1968 e il 1974 nella Bing Nursery School. Furono somministrati ai genitori e agli insegnanti dei bambini dei questionari, chiedendo ai primi di valutare alcuni comportamenti ed atteggiamenti dei figli confrontandoli con i loro pari (amici o compagni di scuola della loro stessa età), ai secondi di valutarne le abilità sociali e cognitive all’interno del contesto scolastico. I bambini che avevano resistito di più al test del marshmallow venivano descritti come degli adolescenti con maggiore autocontrollo nelle situazioni frustranti, meno inclini alle tentazioni e con maggiori capacità di concentrazione. Si comportavano in maniera più matura, erano considerati più intelligenti e  sicuri di sé; quando erano motivati a raggiungere un obiettivo era più probabile che riuscissero a raggiungerlo. Furono richiesti ai genitori anche i punteggi SAT: la differenza tra i bambini con maggior autocontrollo al test e quelli con basso autocontrollo era di ben 210 punti.

 

Un ulteriore studio di follow-up esaminò di nuovo gli stessi soggetti, che all’epoca avevano raggiunto i 25-30 anni. Coloro che avevano aspettato di più la gratificazione nel test erano diventati adulti che avevano conseguito i traguardi accademici più alti, erano stati capaci di realizzare obiettivi a lungo termine, usavano meno droghe e avevano un indice di massa corporea più basso. La caratteristica più importante rilevata nel campione di questi ex bambini con alto autocontrollo era la resilienza: avevano maggiori capacità di far fronte ad eventi negativi e di adattamento; riuscivano, inoltre, a mantenere delle relazioni soddisfacenti.

 

Con la risonanza magnetica funzionale è possibile osservare l'attività cerebrale mentre si svolgono alcune attività.

Con la risonanza magnetica funzionale è possibile osservare il funzionamento cerebrale mentre si svolgono alcune attività.

Lo studio di follow up più recente è stato ideato nel 2009, quando i partecipanti al test originale erano diventati quarantenni. Fu messo insieme un team di neuroscienziati per realizzare delle risonanze magnetiche funzionali al cervello dei soggetti. Gli ex alunni della Bing Nursery school che avevano avuto maggior autocontrollo mostravano differenze nell’attività dei circuiti cerebrali frontostriatali, che integrano i processi di controllo e motivazionali, rispetto ai partecipanti che avevano avuto minor autocontrollo. Inoltre negli high delayers l’area della corteccia prefrontale era più attiva. La corteccia prefrontale è implicata nel controllo degli impulsi, nel ragionamento creativo e nella capacità di risoluzione di problemi. Al contrario, nei low delayers si attivava maggiormente lo striato ventrale, soprattutto nel momento in cui essi cercavano di auto-controllarsi. Si tratta di un’area collegata al desiderio, al piacere e alla dipendenza.

 

Un esperimento nato negli anni ’60 e portato avanti per oltre 40 anni ha permesso, pertanto, di avere una conoscenza approfondita della gratificazione differita. Vedremo nei prossimi anni se ci saranno altri studi di follow-up nel momento in cui gli ex bimbi diventeranno anziani, se gli high delayers si differenzieranno nel processo di invecchiamento rispetto ai low delayers.

Hai mai sentito parlare dell’esperimento del marshmallow di Mischel? Che ne pensi?

Feb 06

Pillole di psicologia: il paradigma still-face

Il paradigma dello still-face (faccia immobile) è uno dei paradigmi più famosi nel campo della psicologia evolutiva ed è stato ideato da Edward Tronick nel 1978.

 

Paradigma still-face: cosa succede se tua madre smette di reag…Il paradigma #stillface (faccia immobile) è uno dei più famosi nell’ambito della psicologia dello sviluppo, elaborato da Edward Tronick. Indaga l’interazione tra #madre e #bambino. Cosa succederebbe se una madre smettesse di comunicare improvvisamente con suo figlio? Vediamolo insieme in questo video.Traduzione italiana del video a cura di Psicoteca.itPer approfondire il paradigma still-face: http://www.psicoteca.it/2016/02/06/pillole-di-psicologia-il-paradigma-still-face/

Pubblicato da Psicoteca su Sabato 6 febbraio 2016

 

Si tratta di una procedura di osservazione dell’interazione madre-bambino, creata con l’obiettivo di verificare cosa succede nel momento in cui la madre smette di interagire col figlio. Che reazioni ha il bambino piccolo? Reagisce passivamente alla mancanza di interazione, oppure mette in atto procedure che cercano di ristabilire il rapporto perduto?

 

still_face_paradigma

La procedura è suddivisa in tre fasi di breve durata (circa 3 minuti a fase). Nella prima fase la madre interagisce liberamente col figlio mediante un’interazione faccia a faccia, giocando e parlando con lui. Nella seconda fase si richiede alla madre di mantenere il volto inespressivo e di non reagire a nessuna sollecitazione da parte del figlio. Nell’ultima fase la madre ritorna a giocare col bimbo, riprendendo la normale interazione col figlio.

 

I risultati che derivano dal paradigma dello still-face mostrano che il bambino aumenta i propri livelli di arousal e di stress quando la madre smette di interagire con lui; mette inizialmente in atto delle strategie tese a recuperare il rapporto con la madre: aumenta le vocalizzazioni, indica, muove le braccia per catturare l’attenzione. Quando, col passare dei minuti, si rende conto che i suoi tentativi vanno a vuoto, va in uno stato di estrema frustrazione, urlando e piangendo. Il bambino spesso mette in atto dei meccanismi per evitare lo stato di frustrazione, mettendosi il dito in bocca o distogliendo lo sguardo dalla madre.

 

L’importanza di questo filone di ricerca è duplice. Ha innanzitutto permesso di capire che il processo di regolazione emotiva del bambino è un’attività che viene co-costruita, e il bambino mette in atto dei comportamenti attivi per ricostruire il rapporto con la madre quando questa viene meno, anche ad età molto precoci (3-4 mesi). Dall’altro lato, quando il bambino è a contatto con una madre che continuamente non partecipa all’interazione col figlio (come accade nel caso delle madri depresse) i risultati sono devastanti.

 

Se si ripete il paradigma dello still-face con una madre depressa, ci sono differenze sostanziali rispetto alla diade madre non depressa/bambino. Infatti, le tre fasi del paradigma non sono definite come nell’interazione tra il bambino e la madre non depressa.

  • Nella prima fase (interazione faccia a faccia) c’è una minore condivisione di stati emotivi positivi e vengono espressi più sentimenti neutri e comportamenti di ritiro sociale.
  • Nella seconda fase i figli delle madre depresse fanno un numero minore di tentativi di recuperare l’interazione con il proprio genitore; rispetto ai figli delle madre non depresse, i primi sono più calmi e tendono ad isolarsi, impegnandosi maggiormente nell’autoconsolazione. E’ come se questi bimbi vivessero costantemente nella vita di tutti i giorni la fase dello still-face, con gravi problemi futuri: l’attaccamento nei confronti della figura materna difficilmente sarà di tipo sicuro, e potranno avere difficoltà nel controllo delle proprie emozioni durante la crescita.

 

 

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