Feb 05

Chi va piano va sano e va lontano: come migliorare le proprie capacità di scrittura.

portatile_scritturaVolete essere degli scrittori migliori? Scrivete piano.

 

E’ questo il suggerimento di Medimorec e Risko, dell’Università di Waterloo, sulla base della loro recentissima ricerca pubblicata sul British Journal of Psychology.

 

Nello studio è stato chiesto a degli studenti universitari di scrivere dei temi su diversi argomenti: la descrizione di un giorno scolastico indimenticabile, la loro opinione sul divieto dell’utilizzo dei cellulari a scuola e un evento che ha avuto un impatto positivo su di loro.

 

Ad un campione di studenti si permetteva di scrivere al computer con una sola mano, ad un altro campione con entrambe le mani. I testi sono stati analizzati grazie a dei software specifici, evidenziando le differenze relative ai temi prodotti dai due gruppi? I risultati? La sofisticatezza linguistica,migliorava quando gli studenti scrivevano con una mano sola.

 

Che spiegazione hanno dato i due ricercatori? “La digitazione su tastiera può essere troppo fluente o troppo veloce, e può seriamente compromettere il processo di scrittura“, ha affermato Medimorec, aggiungendo: “Sembra che ciò che scriviamo è il prodotto delle interazioni tra i nostri pensieri e i mezzi che usiamo per esprimerli“.

 

scrivere_al_pc

Ovviamente, come commenta Risko, l’obiettivo dello studio non è quello di dimostrare che si scrive meglio con una mano sola, ma che la velocità di scrittura può avere delle controindicazioni. Scrivere velocemente può portare la persona a scegliere la prima parola che viene in mente, senza mettersi a ponderare su quale possa essere quella col significato migliore nel contesto del tema. Scrivere con una mano sola, invece, ha dato ai partecipanti più tempo per ricercare mentalmente la parola più adatta, producendo elaborati con un numero di parole più variegato.

 

Secondo i due ricercatori, infine, questi risultati potrebbero essere applicati anche a testi scritti non al pc, ma con carta e penna.

 

Che ne pensi di questa ricerca? Credi anche tu che scrivere velocemente danneggi il processo di scrittura creativa, o sei del parere opposto? Dacci la tua opinione!

 

Riferimento bibliografico:

Medimorec, S. and Risko, E. F. (2016), Effects of disfluency in writing. British Journal of Psychology. doi: 10.1111/bjop.12177

 

Feb 01

Figli unici: difetti, pregi e caratteristiche dei principini di casa

famiglia_figlio_unicoI figli unici sono stati descritti in maniera fortemente negativa nel corso del tempo: persone immature, viziate, egocentriche, incapaci di relazionarsi in maniera corretta con gli altri. Ciò è retaggio di quei tempi in cui le famiglie erano altamente prolifiche e avere un solo figlio era vissuto come una disgrazia. I genitori vivevano questa mancanza con un grande senso di vergogna e di incapacità, con i relativi strascichi psicologici che si ripercuotevano in maniera negativa anche sull’unico erede della famiglia. Oggi, con l’abbassamento della natalità e i cambiamenti della società, non è poi così raro vedere famiglie con un solo figlio.

Ma quanto c’è di vero nelle opinioni nei confronti dei figli unici? Vediamolo insieme.

 

Caratteristiche del figlio unico

 

figlio_unicoAbbiamo già visto in un altro articolo le caratteristiche dei figli primogeniti. Ecco, quando pensiamo ad un figlio unico dobbiamo pensare ad un figlio primogenito al quadrato. Un “super primogenito”, come lo chiama Kevin Leman. Figli unici e figli primogeniti condividono molte caratteristiche: entrambi sono orientati al risultato, cercano l’approvazione genitoriale, sono perfezionisti e conservatori.

 

 

 

bambino_reMa c’è una caratteristica fondamentale che distingue il figlio unico dal primogenito: il figlio unico non ha mai provato l’esperienza di “detronizzazione”, ovvero il momento in cui arriva un fratellino o una sorellina a sconvolgere gli equilibri familiari.

 

Il figlio unico, quindi, trascorrerà presumibilmente gran parte dei primi anni della sua vita con i genitori ed altri adulti. Questi ultimi si dedicheranno a lui in maniera esclusiva, cosa che un padre o una madre non può fare quando deve dividere l’attenzione (non l’affetto!) tra più figli. Questo può avere sia effetti positivi che negativi. Grazie alle interazioni costanti con i genitori di solito questi bambini si esprimono meglio dal punto di vista verbale e possono avere degli interessi più da adulti che da bambini. Naturalmente in tutto ciò c’è il rovescio della medaglia: potrebbero avere qualche difficoltà nell’interazione con gli altri bambini e potrebbero risultare infastiditi dalle attività infantili dei loro pari. Non si tratta di una sentenza già scritta, ad ogni modo: se i genitori educano il figlio facendolo partecipare, fin da piccolo, alle attività con altri bambini, queste caratteristiche possono essere annullate o ridotte.

Tipologie di figli unici

 

Non tutti i figli unici sono uguali, ovviamente. A grandi linee, essi possono essere raggruppati in tre categorie, ognuna delle quali ha delle caratteristiche particolari.

 

Esistono i figli unici individualisti, che amano perseguire obiettivi di tipo individuale e trovano meno piacere nel portare a termine un compito di gruppo. Non avendo avuto fratelli, hanno imparato cosa significa stare da soli, e soprattutto cavarsela da soli. Si tratta di bambini e adulti con poca flessibilità, che tengono in conto solo una prospettiva, la propria. Alcuni di questi figli unici si trovano in difficoltà nel fornire sostegno agli altri, non avendo avuto esperienza di accudimento di fratellini minori.

 

Ci sono, poi, i superperfezionisti: condividono in comune con i figli primogeniti questa caratteristica, ma esasperandola. Abili manipolatori, abituati ad averla sempre vinta, questi figli unici si pongono degli obiettivi altissimi e fanno di tutto per raggiungerli. Le aspettative sono alte anche nei confronti degli altri, e può essere complesso lavorare con loro. Ma le critiche peggiori si abbattono su loro stessi.

 

L’ultima categoria è rappresentata dai figli unici lunatici. Sono persone accomodanti in un momento ed intransigenti in un altro, svogliati in un certo momento ed energici in quello dopo. Questo è uno dei rischi che potrebbe correre chi non ha avuto fratelli con cui rapportarsi. In una famiglia con più figli, il bambino si rende presto conto che fare capricci in continuazione è controproducente e non ha effetti positivi, perché rischierebbe di trovarsi in guerra continua nei rapporti con gli altri fratelli, soprattutto se maggiori. Ma il figlio unico, non avendo avuto esperienze del genere, non riesce a capire la negatività di tali comportamenti (a meno che, ripetiamo, i genitori non abbiano permesso esperienze di socializzazione con altri bambini).

 

figlio_unico_vignettaInsomma, i “piccoli imperatori”, così come vengono chiamati i figli unici in Cina, non sono i mostri viziati dipinti dagli stereotipi che hanno regnato – e forse ancora regnano – fino ad ora. Soprattutto se educati in maniera corretta dai genitori possono sfruttare le loro caratteristiche di personalità vantaggiose per eccellere in campo lavorativo e scolastico; inoltre, non è detto che diventeranno necessariamente persone con scarse abilità sociali. Può tuttavia essere utile tenere a mente quali punti di forza e di debolezza può avere un bambino in base al suo ordine di nascita, massimizzando i primi e minimizzando i secondi.

 

Questo articolo è parte di una serie di articoli sulla teoria dell’ordine di nascita. Per approfondire:

Gen 30

Gli smartphone ci rubano il sonno? Cinque consigli per dormire felici.

Chi di noi legge abitualmente i messaggi su Whatsapp, la bacheca di Facebook o si fa un giretto su internet con i nostri smartphone prima di andare a dormire? Sono molto pochi, ad oggi, coloro che si astengono da una tale pratica. Secondo Gradisar [2013], ad esempio, 9 americani su 10 tra i 13 e i 64 anni si comportano in questo modo.

 

Ma è una buona abitudine? In che modo l’utilizzo degli smartphone può compromettere la qualità del sonno notturno?

 

Gli studi più recenti hanno notato una correlazione tra questi due fattori. Chi utilizza i cellulari di nuova generazione, insomma, è a rischio di perdita di sonno, di avere un patter irregolare nel sonno e di mostrare maggiore stanchezza durante il giorno.

 

Perché avviene questo? I ricercatori hanno proposto tre ipotesi come spiegazione a questa correlazione:

 

Uno di questi meccanismi riguarda la produzione di melatonina, che è un ormone legato all’addormentamento e i cui livelli si alzano quando arriva il buio. L’esposizione a forti fonti luminose (come quelle degli schermi di cellulari, tablet o pc) sopprime la produzione di melatonina, causando un ritardo nell’addormentamento e una frammentazione del sonno [Chellappa et al. 2013].

 

Una seconda spiegazione dipende dalle caratteristiche intrinseche dell’utilizzo dei media. Utilizzare un cellulare non è un’attività di svago con un punto d’inizio e di fine precisi, come può essere il partecipare ad un’attività sportiva o andare al cinema. Nei bambini e negli adolescenti questo può causare un abuso nell’utilizzo dei media, riducendo così il tempo per dormire.

 

Infine, anche il contenuto dei media potrebbe influenzare il sonno. Andando su internet tramite il cellulare o il pc siamo spesso esposti a contenuti violenti e/o sessuali. Nei bambini la visione di tali contenuti provoca elevati livelli di attivazione psicofisica, reazioni di stress e di paura. Queste reazioni possono essere causa di difficoltà di addormentamento o di una cattiva qualità del sonno [Van del Bulck 2016].

 

Come fare, allora, a favorire un sonno di buona qualità?

 

cellulare_bambina_letto_notteIl dottor Breus, esperto nei disturbi del sonno, ritiene che possano essere di aiuto poche, semplici regole per mettere un limite all’utilizzo dei media, in particolare degli smartphone di nuova generazione. Questo vale tanto per gli adulti, quanto per i bambini.

 

 

 

– Metti il silenzioso al cellulare prima di andare a dormire.

 

– Metti in carica il cellulare lontano dalla camera da letto (in questo modo, se dovesse suonare o vibrare durante la notte, non verrai svegliato).

 

– Smetti di usare il cellulare e i social network almeno 1 ora prima di andare a dormire. Se dovessi trovarlo difficile, prova a smettere di usarli almeno 30 minuti prima, e poi allunga i tempi).

 

– Invece di usare il cellulare prima di dormire, fai altre attività: leggi libri cartacei (evita i dispositivi elettronici come gli ebook reader!), fai della leggera attività fisica, fai meditazione, parla con i tuoi familiari.

 

– Se dovessi svegliarti durante la notte non andare a controllare Facebook, Twitter o qualunque altro social network: avresti più difficoltà a riprendere sonno, dopo.

 

 

Qual è il tuo rapporto con i media? Li utilizzi prima di andare a dormire, o utilizzi qualche strategia per avere una buona qualità del sonno?

 

Gen 27

Non pensare all’elefante rosa! Come distogliere il pensiero dalle idee che ci fanno star male

Stress, depression and despair - gloomy storm cloud above mans head

I pensieri negativi ti assillano la mente? Ecco cosa puoi fare…

Chiudi gli occhi. Immagina un elefante rosa nella maniera più nitida possibile. Assomiglia a Dumbo, oppure è come un elefante nello zoo? Ha le orecchie più piccole come gli elefanti indiani, o le ha imponenti come l’elefante africano?
Bene. Adesso ti chiedo di NON pensare all’elefante rosa. Pensa a tutto tranne che all’elefante rosa. Provaci per qualche minuto.
A cosa stai pensando? Quante volte ti è venuto in mente l’elefante rosa? Diverse volte, giusto?
Adesso chiudi gli occhi di nuovo e prova a pensare a cosa hai fatto oggi. Hai incontrato qualcuno? Se sì, di cosa avete parlato? E’ successo qualcosa di interessante oggi? Cosa hai mangiato a pranzo? Pensaci per qualche minuto.
Quante volte hai pensato all’elefante rosa? Nessuna? E magari adesso che te l’ho chiesto ti sta venendo di nuovo in mente…

 

 

 

Questo piccolo esercizio dimostra che non è semplice smettere di pensare a qualcosa, soprattutto se ci si impone di non farlo. Più pensiamo di rimuovere un determinato pensiero, più rischiamo di farcelo tornare in mente. La realtà è che darci la regola “smetti di pensare a quella cosa”, per il nostro cervello significa: “Quella cosa è importante: pensaci, pensaci, pensaci!”. La soppressione dei pensieri, quindi, è una strategia altamente controproducente.

 

Si tratta di un fenomeno che può riguardare qualunque tipo di pensiero negativo: dalla brutta figura fatta in classe o al lavoro, o alla delusione amorosa, o alle preoccupazioni per una persona cara.

 

Depression and SorrowMa allora, se convincersi di smettere di pensare a qualcosa non funziona, come possiamo fare a toglierci dalla testa delle idee che non fanno altro che causarci ruminazione?

 

Il massimo esperto mondiale sulla soppressione dei pensieri, Daniel Wegner [2011], ha identificato alcune strategie che possono venire in aiuto ed essere più efficaci. Vediamole insieme.

 

 

 

 

 

Distrazione focalizzata

 

Una delle strategie più utilizzate è quella di pensare a qualcos’altro. Gli studi scientifici hanno chiarito che è meglio pensare (o fare) qualcosa di specifico anziché lasciare che la mente vaghi senza focalizzarsi su qualcosa in particolare. In quest’ultimo caso, infatti, è molto più probabile che il pensiero che ci disturba torni prima o poi in mente. Inoltre, il lasciar andare i pensieri può provocare una spiacevole sensazione di non essere in grado di controllare ciò che pensiamo, e causare ulteriore stress. Ben venga quindi distrarsi pensando a qualcosa di specifico e bello, oppure dedicarsi alla lettura di un libro, ascoltare una canzone che ci piace particolarmente o dedicarsi a qualche lavoretto casalingo.

 

Evitare lo stress

 

Più una persona è sopraffatta dallo stress, più c’è il rischio che non riesca a mettere in pratica le strategie utili ad eliminare i pensieri assillanti. Si può pensare che caricarsi di impegni (e favorire, così, lo stress) possa aumentare l’attività fisico-cerebrale e non lasciare spazio ai pensieri negativi. In realtà non è così: lo stress facilita il ritorno dei pensieri negativi. Quindi una buona strategia può essere quella di evitare le situazioni stressanti, per quanto possibile.

 

Ritardare le preoccupazioni a più tardi

Se evitare di pensare a qualcosa ha come unico risultato quello di pensare più intensamente al pensiero negativo, un metodo che può funzionare è quello di crearsi una “finestra di preoccupazione” di 30 minuti, da fissare in un determinato giorno ad una determinata ora, e decidere di ritardare il momento in cui pensare. Questo permetterebbe di avere dei momenti liberi dalle preoccupazioni. Quando i ricercatori hanno chiesto a dei soggetti con dei pensieri ansiogeni di ritardare le loro preoccupazioni e di inserirle in una finestra temporale di 30 minuti, si è visto che nella restante parte del tempo essi si mostravano più rilassati e più liberi dai loro pensieri assillanti.

 

Terapia paradossale

Può sembrare bizzarro, ma uno dei modi per eliminare i pensieri negativi è concentrarsi su di essi. Il tutto si basa sul principio della terapia dell’esposizione, frequentemente utilizzata nella cura delle fobie. Se si viene esposti continuamente, in maniera controllata, alla causa della fobia, questa pian piano sparirà. Allo stesso modo, il pensiero negativo potrebbe perdere man mano la sua forza e lasciare la persona libera dalle sue preoccupazioni. Certo, si tratta di un rimedio non per i deboli di cuore, ma i ricercatori hanno verificato che potrebbe funzionare.

 

Accettare i vostri pensieri

Invece di combattere i pensieri negativi e respingerli, una soluzione potrebbe essere quella di accettarli. Come hanno affermato Marcks & Woods, “Lottare con i vostri pensieri è come lottare sulle sabbie mobili. Voglio che guardiate i vostri pensieri. Immaginate che stiano uscendo dalle vostre orecchie su piccoli cartelli tenuti in mano da soldati in marcia. Voglio che permettiate ai soldati di marciarvi davanti, come una piccola parata. Non litigate con i cartelli, non evitateli, non fateli andare via. Limitatevi a vederli passare durante la marcia”.

 

Meditare

E’ un percorso simile a quello dell’accettazione; la meditazione buddista aiuta ad avere un atteggiamento non giudicante nei confronti dei pensieri che affollano la mente. Pertanto, meditare potrebbe aiutare a liberarsi dei sentimenti negativi.

 

Affermazione personale

Le sperimentazioni a riguardo sono ancora molto esigue, ma i primi risultati hanno mostrato che aumentare il senso di affermazione personale può portare a dei benefici nei confronti dei pensieri negativi. Promuovere l’affermazione personale significa pensare alle proprie caratteristiche e credenze positive; ciò aumenterebbe la fiducia in se stessi e l’autocontrollo.

 

Scrivere

 

Scrivere su carta i propri pensieri ed emozioni è un metodo che è stato studiato diverse volte, ed è stato accertato che porta a benefici positivi, sia psicologici che fisici. Pertanto, se si vuole mandar via un pensiero negativo, potrebbe essere utile utilizzare il metodo della scrittura espressiva, rielaborando così l’impatto emotivo di quello che è successo e che ha portato a creare quell’idea che proprio non vuole sapere di andarsene via.

 

 

Alcuni di questi metodi sono altamente sperimentali, altri più consolidati, ma utilizzarli potrebbe comunque portare a dei benefici.
Hai mai usato qualcuno di questi metodi? Che cosa fai quando hai un pensiero insistente?

Gen 25

Disegnare sotto l’effetto di droghe: il bizzarro esperimento di Bryan Lewis Saunders

Bryan Lewis Saunders è un artista americano che si occupa di performance art. Nato nel 1969 a Washington D.C., nel 1995 decise di disegnare almeno un autoritratto ogni giorno per il resto della sua vita.
Ma questo pareva non bastargli: nel 2001 cominciò a dare vita ad un esperimento particolare, chiamato “Under the influence”: per diverse settimane, ogni giorno assunse una droga diversa e realizzò un autoritratto.
Saunders motivò così la sua stravagante iniziativa: “Dopo aver sperimentato dei cambiamenti drastici nel mio ambiente, ho cercato altre esperienze che potessero avere un effetto profondo sulla percezione di me stesso. Così ho ideato un altro esperimento dove ogni giorno prendevo una droga o un alcolico diverso e disegnavo me stesso sotto la loro influenza“.
Com’è facilmente prevedibile, l’iniziativa ebbe effetti drastici sulla salute psicofisica dell’uomo: “Nel giro di alcune settimane divenni letargico ed ebbi un lieve danno cerebrale che fortunatamente non fu irreversibile. Conduco ancora quest’esperimento ma allungando i tempi tra un’assunzione e l’altra, e prendo solo le droghe che mi vengono date“.
Per quanto l’esperimento introdotto da Saunders sia evidentemente pericolosissimo (e irreplicabile in contesti sperimentali per motivi etici), può avere comunque una valenza psicologica in quanto è evidente come ogni droga assunta possa provocare delle alterazioni cognitive anche importanti. Ogni sostanza psicotropa provoca, nell’artista, una diversa percezione di sé che si riflette nei suoi autoritratti.
Ecco una carrellata degli autoritratti più significativi, accompagnati dalla sostanza assunta. Ce n’è per tutti i gusti: dai cristalli di anfetamina, alla cannabis, fino ad alcuni farmaci antipsicotici.

 

25I-NBOMe (Droga psichedelica)

25i-nbome

 

Morfina (dosaggio ignoto)

 

morfina

 

Idromorfone (potentissimo antidolorifico facente parte della classe degli oppioidi)

 

dilaudid

 

Hashish

 

hashish

 

Due bottiglie di sciroppo per la tosse

 

 

sciroppo_tosse

 

10 mg di Adderall (farmaco usato contro l’ADHD e la narcolessia)

 

adderall

1/2 grammo di Cocaina

 cocaina

Sali da bagno

 

sali_da_bagno

 

10 mg di Zolpidem (sedativo usato come cura per l’insonnia)

 

anbien

 

2 funghetti allucinogeni (Psilocybe semilanceata)

 

funghi_allucinogeni

 

20 mg di Valium (Benzodiapezina con proprietà ansiolitiche e sedative)

 

valium

Cannabis

cannabis

Ziprasidone (farmaco antipsicotico)

 

ziprasidone

Cristalli di metanfetamina

 

metanfetamina

Gen 20

Psicopatologie dal mondo: La sindrome di Dhat (India)

Come abbiamo visto nel primo articolo dedicato alle sindromi culturalmente connotate (se lo hai perso, clicca qui!), esistono alcune psicopatologie che fanno parte di un Paese specifico, innestandosi fortemente sulla cultura del luogo. Oggi vediamo cos’è la sindrome di Dhat, presente anche nell’ultimo Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali [DSM-5, 2013].

 

La sindrome di Dhat (Dhat syndrome)

 

La storia “scientifica” della sindrome di Dhat inzia nel 1960, quando il dottor Wig, in una pubblicazione andata in stampa sulla versione indiana del “Journal of Clinical and Social Psychiatry“, nominò per la prima volta questa psicopatologia, dandole appunto il nome di “Dhat syndrome”.

 

IndiaSi tratta di una sindrome presente soprattutto in India, ma anche nello Sri Lanka, Nepal, Pakistan e Bangladesh. I soggetti colpiti sono uomini giovani appartenenti a contesti socioeconomici bassi che lamentano varie sintomatologie (debolezza, impotenza, vari disturbi somatici, depressione, insonnia).

 

Per i pazienti la causa dei loro malesseri è attribuita alla perdita di liquido seminale nell’urina, nella polluzione notturna (la perdita involontaria e fisiologica di liquido seminale durante la notte) o nella masturbazione. In questo senso, la sindrome è una sorta di spiegazione culturale che i pazienti danno ai loro disturbi. Questa preoccupazione scatena sintomi di estrema ansia e ruminazione ossessiva nonostante alla visita medica si accerti l’assenza di disfunzioni fisiologiche. Alcuni dei pazienti riferiscono di notare delle perdite bianche provenienti dal pene: in questo caso, potrebbe esserci una interpretazione errata delle perdite, che non sarebbero liquido seminale, ma un sintomo dell’infezione da Clamidia.

 

La sindrome di Dhat è uno degli esempi più lampanti di come una credenza culturale possa addirittura fornire il terreno per alcune patologie psicologiche/psichiatriche. Alla base della sindrome di Dhat, infatti, vi è la concezione induista del seme come un importantissimo fluido vitale.

 

Il termine Dhat proviene dal sanscrito Dhatus, che significa “elisir costituente del corpo”.

 

medicina ayurvedica indianaSecondo una vecchia credenza indu, servono 40 gocce di sangue per creare una goccia di midollo osseo, e 40 gocce di midollo osseo per creare una goccia di liquido seminale. Vista dalla prospettiva induista, quindi, il liquido seminale è un fluido che va preservato, e sarebbe gravissimo perderlo perché, in questo modo, il fluido vitale andrebbe via dal proprio corpo, creando una debolezza estrema e perdendo l’essenza della virilità nel giovane. Si tratta di una patologia che affonda le radici nella medicina ayurvedica. Nel Charak Samhita, il più antico trattato sulla medicina ayurvedica (900/650 avanti Cristo), vi è un disturbo chiamato “Shukrameha”, in cui il paziente perde liquido seminale tramite le urine. Una malattia praticamente uguale alla sindrome di Dhat.

 

Attualmente la sindrome viene curata con ansiolitici e/o antidepressivi, e utilizzando la terapia cognitivo comportamentale.

 

Avevi mai sentito parlare di questa sindrome? Che ne pensi?

Gen 19

Bulli e pupe? No: bulli, vittime e spettatori. Cosa c’è dietro al bullismo.

Ne abbiamo sentito parlare alla tv, letto articoli su quotidiani o riviste, oppure lo abbiamo sperimentato in prima persona: il bullismo è un argomento molto discusso, e negli ultimi anni abbiamo assistito a vere e proprie campagne di sensibilizzazione nei confronti di questa tematica.

 

Ma in parole povere, il bullismo cos’è?

Secondo Sharp e Smith [1994], è “un tipo di azione che mira deliberatamente a far del male o danneggiare; spesso è persistente, talvolta dura per settimane, mesi e persino anni ed è difficile difendersi per coloro che ne sono vittime. Alla base della maggior parte dei comportamenti sopraffattori c’è un abuso di potere e un desiderio di intimidire e dominare“.

 

 

In base a questa definizione, ci sono tre elementi che caratterizzano il bullismo.

 

Il primo è l’intenzionalità dei comportamenti da parte del bullo. Il bullo si comporta in maniera aggressiva non come forma di reazione o difesa (aggressività reattiva), ma con lo scopo di ottenere il controllo degli altri, di recare danno alla vittima o di acquisire potere (aggressività proattiva).

 

Altro elemento da tenere in considerazione è la persistenza: non si tratta di un fenomeno transitorio, ma dura nel tempo. Il prolungarsi degli atteggiamenti prepotenti non fa altro che alimentare il clima di paura all’interno del gruppo classe, e soprattutto nella vittima designata.

 

Il terzo aspetto è quello, forse, più interessante: quello relativo al potere sociale. Alla base del bullismo vi è uno squilibrio di potere tra bullo e vittima. Il comportamento del bullo è mirato ad accentuare lo squilibrio, grazie a caratteristiche del bullo (maggiore forza fisica o capacità intellettive, uno status sociale superiore a quello della vittima). Senza squilibrio di potere non vi è bullismo: per esempio, non rientrano in questo fenomeno alcuni episodi di contrasti (anche estremi) tra alunni in cui entrambi i bambini/adolescenti hanno lo stesso livello di potere e la stessa capacità di reagire ai soprusi.

 

Un bullismo, o tanti bullismi?

 

I comportamenti messi in atto dai bulli possono essere di varia natura. Le modalità individuate sono di tipo diretto o indiretto. Un attacco è definito diretto se il bullo affronta direttamente la vittima; se invece il danno che si procura alla vittima avviene senza un confronto faccia a faccia, allora il tipo di attacco è indiretto.

 

bullismo_fisico_bambiniLe prepotenze dirette, quindi, possono essere fisiche (calci, spinte, sputi, picchiare) o verbali (insulti, minacce, prese in giro). Quelle indirette, invece, sono di tipo strumentale (rubare o rompere gli oggetti della vittima, farsi dare con la forza i suoi soldi o materiale scolastico) oppure sociale (diffondere pettegolezzi, calunnie che possano screditare la vittima; diffondere segreti personali).

 

 

Gli ultimi studi hanno rilevato che le ragazze tendono ad agire prepotenze di tipo indiretto, in particolare quelle di tipo sociale: l’obiettivo è quello di isolare la vittima e di ridurne il numero di relazioni positive ed amici. I ragazzi, invece, utilizzano più spesso prepotenze di tipo diretto, mostrando la loro dominanza mediante sfoggio della propria superiorità fisica.

 

Infine, negli ultimi anni abbiamo assistito all’introduzione e alla crescita di una nuova tipologia di bullismo: il cyberbullismo. Gli stessi comportamenti prepotenti già elencati vengono messi in atto tramite strumenti telematici: telefoni cellulari, tablet, pc. I bulli possono diffondere false notizie sulla vittima tramite i social network, oppure pubblicare in rete video e/o foto della vittima compromettenti. C’è chi crea profili falsi di Facebook o di altri social network per calunniare la vittima, o invece rubandole l’identità online e provocarle imbarazzo: si tratta di una nuova modalità di bullismo che purtroppo scatena la fantasia dei bulli, e che può far finire la vittima in uno stato di grave prostrazione psicologica, esattamente come nella modalità di bullismo tradizionale.

 

Nessun tipo di prepotenza è più grave dell’altra: tutte possono provocare danni psicologici alla vittima, e devono essere tenute in grande considerazione allo stesso identico modo.

 

Non solo bulli e vittime…

 

Il bullismo non è solo un rapporto a due tra bullo e vittima. E’ a tutti gli effetti un fenomeno di gruppo. I compagni di classe, infatti, possono pensarla in maniera diversa rispetto a ciò che accade in classe: possono prendere le parti del bullo, della vittima oppure assistere passivamente alle prepotenze. Secondo Salmivalli e collaboratori [1996], oltre a bullo e vittima esistono altri quattro ruoli che contribuiscono a definire le dinamiche all’interno della classe:

 

1.  Aiutante del bullo: colui che aiuta materialmente il bullo nel provocare un danno alla vittima. Si tratta di ragazzini o ragazzine che individuano come leader il bullo, e fanno ciò che gli viene detto.

 

2. Sostenitore del bullo: sono ragazzi/e che, pur non partecipando materialmente alle prepotenze del bullo, ne rinforzano gli atteggiamenti. Atteggiamenti tipici del sostenitore sono il ridere alle prepotenze o incitare il bullo verbalmente.

 

3. Difensore della vittima: è quel ragazzino che prende le parti della vittima, cercando un modo per far smettere le prepotenze. Solitamente è colui che si confronta col bullo, che richiede l’intervento degli insegnanti o degli adulti, o che va a consolare la vittima.

 

4. Spettatore passivo: colui che si tiene fuori, evitando di esprimere opinioni e non facendo nulla, nè incitando il bullo nè prendendo le parti della vittima. Sono coloro che, appunto, vivono passivamente la situazione.

 

Quali sono le conseguenze per il bullo?

 

I bulli sono più soggetti ad avere problemi nella sfera sociale ed emotiva. E’ stata evidenziata un’associazione tra i comportamenti prepotenti, i voti scolastici e la probabilità di lasciare la scuola: i bulli tendono ad avere voti scolastici bassi e sono a rischio di lasciare prima la scuola.

 

I bambini identificati come bulli hanno anche un’alta probabilità di compiere, negli anni successivi, atti delinquenziali. Uno studio di Olweus [1991] dimostrò che il 60% dei bambini definiti come bulli tra gli 11 e i 14 anni aveva avuto condanne penali entro il compimento dei 24 anni.

 

Infine, sembra che la spirale di prepotenze non si interrompa col bullo, ma che continui per generazioni: i figli di un uomo che è stato un bullo hanno maggiori probabilità di diventarlo a loro volta.

 

Quali sono le conseguenze per la vittima?

 

bambino_isolato_a_scuolaI bambini e gli adolescenti vittime di bullismo mostrano i cosiddetti sintomi di tipo internalizzato: sono maggiormente a rischio di depressione e tentano più spesso il suicidio rispetto ai loro coetanei non-vittime.

 

Molti di questi ragazzini, inoltre, soffrono di disturbi psicosomatici, che vanno dalle dermatiti, al mal di testa o al mal di stomaco.

 

Si tratta di bambini che, a causa di ciò che hanno vissuto, avranno molto probabilmente una bassa autostima. Il bullismo provoca difficoltà nello sviluppo emozionale e personale, pertanto è possibile che si ritrovino ad avere pochi amici e a provare un forte senso di solitudine. Alcuni di questi bambini ed adolescenti arrivano a sviluppare una sintomatologia molto simile a quella del disturbo post-traumatico da stress.

Il tasso di assenteismo a scuola nelle vittime è molto alto: il bambino cerca di sfuggire alla situazione che gli provoca ansia e turbamento, e può essere spinto a disertare le lezioni.

 

Il bullismo è un fenomeno complesso, e solo recentemente si stanno scoprendo quali sono le reali dinamiche alla base. Ma la società ha il dovere di istruire ed informare la popolazione, perché si tratta di un fenomeno che può creare problematiche anche a lungo termine, nella vita adulta.

 

“La maestra ci mise in cerchio e ci disse che dovevamo tenerci la mano per fare un gioco. La mia famiglia si era appena trasferita in città ed era il mio primo giorno di scuola della seconda elementare. Non conoscevo nessuno. Quando diedi la mano al bambino accanto a me, lui disse a voce alta: “Bleah, hai la mano sporca, non ti tengo la mano!”. Risero tutti. La mia maestra non disse una sola parola, si limitò ad avvicinarsi e a prendermi la mano. Più tardi, in cortile, perfino la bambina vicino alla quale, quella mattina, mi ero seduta sull’autobus non volle giocare con me. Solo quando la mia famiglia si trasferì in un altro Stato, un paio di anni più tardi, i bambini smisero di prendersi gioco di me o di chiedermi se di recente mi ero lavata le mani. Ricordo solo due cose della scuola elementare: il subire bullismo e il sentirmi triste”  Gail, 30 anni. [Da “Bullying: The Bullies, the Victims” di Sandra Harris e Garth Petrie, 2003. Traduzione italiana a cura di Psicoteca]

 

 

 

Gen 16

Giocattoli tecnologici e giocattoli tradizionali: quali sono i migliori per l’apprendimento delle abilità verbali?

Al giorno d’oggi, non è inusuale vedere i bambini alle prese con i più disparati giochini moderni: tablet e cellulari per bambini, giochi interattivi che si prefiggono il compito di insegnare al bimbo le prime parole e sono di supporto nell’insegnargli a parlare. Ma è tutto oro quello che luccica? Dobbiamo mettere in pensione i vecchi giochi tradizionali?

 

bambini_giocano_tabletUno studio recente [Sosa, 2015] ha mostrato l’esistenza di una correlazione tra la tipologia di giochi utilizzati e la quantità di tempo trascorsa col bambino. Più il bambino giocava con giochi interattivi e moderni, minore era il tempo in cui i genitori interagivano con i figli. Veniva delegata, cioè, la funzione di insegnamento verbale al giocattolo elettronico, mentre il rapporto genitore-figlio era messo in secondo piano.

 

Utilizzando dei giocattoli elettronici, infatti, i genitori usavano circa 40 parole al minuto. Con i giocattoli tradizionali venivano usate 56 parole al minuto, e addirittura 67 parole al minuto con i libri.

 

Sembra che le differenze siano sia di natura quantitativa che qualitativa. Anche il contenuto delle parole cambiava a seconda del tipo di giocattolo utilizzato. Sono state esaminate le parole dei genitori che descrivevano il contenuto del giocattolo (per esempio: “Quello è un cagnolino”, oppure “Quelle foglie sono verdi”). Queste parole erano pronunciate il doppio delle volte nel caso dei giocattoli tradizionali rispetto ai giocattoli tecnologici, e il quadruplo nel caso dei libri.

I risultati sono stati gli stessi sia per i maschietti che per le femminucce, e sia per i genitori che in un normale rapporto di comunicazione tendevano a parlare di più che per coloro che erano più silenziosi.

 

Infine, la lallazione era meno presente nei bambini che nello studio hanno utilizzato i giocattoli elettronici, ad indicare una sorta di fallimento nello scopo pubblicizzato da questi giocattoli interattivi. Questa tipologia di giochi, infatti, viene pubblicizzata come capace di stimolare l’apprendimento nel linguaggio del bambino.

 

Bambino che giocaLo studio si aggiunge alla fila di altri esperimenti che hanno prodotto risultati simili. La professoressa Kathy Hirsh-Pase, che insegna alla Temple University e ha realizzato uno studio simile analizzando gli effetti dei giocattoli elettronici e degli ebooks, afferma: “Quello che si ottiene è un tipo di comunicazione al fine del controllo del comportamento, tipo ‘non toccare questo’ o ‘fai questo’, oppure non si ottiene niente perché i libri e i giocattoli prendono il tuo posto“.

 

La professoressa ha poi aggiunto, “Un giocattolo dovrebbe essere composto da un 10% di giocattolo e 90% di bambino, e con molti di questi giocattoli elettronici, il gioco prende il sopravvento al 90% e al bambino restano solo le briciole“.

 

Sembrerebbe, quindi, che in un’ipotetica gara tra i giocattoli tradizionali e quelli tecnologici, i primi avrebbero la meglio. O, più semplicemente, bisognerebbe riconoscere l’importanza dell’interazione tra i bambini e i genitori e cercare di non delegare l’insegnamento delle abilità verbali a degli strumenti che dovrebbero fungere da supporto, e non sostituire le cure parentali.

 

Gen 14

E tu, che primogenito sei? Caratteristiche e tipologie dei primi nati in famiglia

Nello scorso articolo abbiamo introdotto la teoria dell’ordine di nascita, secondo la quale ogni persona ha delle diverse caratteristiche di personalità a seconda dell’ordine di nascita nel quale è nato. Michael Grose distingue tra: figli primogeniti, figli unici e figli minori (secondogeniti, mediani, ultimogeniti).

 

In quest’articolo ci concentriamo sulla prima delle categorie elencate, i figli primogeniti.

 

Chi è il figlio primogenito?

 

rückbildungsgymnastik mit babyIl primo nato in una casa stravolge gli equilibri familiari: con l’arrivo del primo figlio la coppia coniugale diventa anche una coppia genitoriale. Ed è grazie a lui che le mamme e i papà si approcceranno per la prima volta alle gioie e ai dolori della maternità/paternità: le prime notti insonni, le prime paroline o i primi passi, le prime marachelle, le prime ribellioni adolescenziali. Ogni figlio primogenito, con i suoi comportamenti, implicitamente pone le basi di confronto per i figli successivi.

 

E’ stato visto che, in linea di massima, i genitori tendono adottare uno stile genitoriale più rigido e severo nei confronti dei primogeniti rispetto agli altri figli. Ciò deriva dall’inesperienza del ruolo: il timore di sbagliare li può portare ad essere più inflessibili rispetto alle regole e a limitare la libertà del primogenito. E quindi si assisteranno alle famosissime scene del figlio adolescente che lotta con i genitori per uscire la sera con gli amici, o che insiste per tornare un po’ più tardi; un figlio minore avrà sicuramente una minore esigenza di lottare per i propri diritti, in quanto i genitori, a quel punto, sono diventati più malleabili.

 

Non esiste solo il primogenito effettivo, ma anche quello che è stato definito “primogenito funzionale“: si tratta di quei figli che di fatto sono primogeniti, pur non essendolo. Può capitare in quelle famiglie dove c’è una grande differenza di età nei figli, e i figli maggiori abbandonano la casa per sposarsi o andare a lavorare all’estero. Il secondogenito si ritroverà da piccolo ad essere di fatto il primogenito dei fratelli minori, poiché il primogenito effettivo ha preso la sua strada e non partecipa più alle dinamiche familiari quotidiane allo stesso modo rispetto allo stare in casa.

 

Caratteristiche del primogenito

 

La prima parola che può saltare in mente quando si pensa ad un primogenito è “responsabilità“. Essere il figlio può grande in casa può spingere il genitore ad affidare compiti di responsabilità, anche se non sono desiderati. A quanti primogeniti è stato chiesto di badare al fratellino, o di fare un determinato compito, perchè “sei il più grande, devi dare il buon esempio”?

 

piedini_bambiniEssere un primogenito significa essere investito dalle alte aspettative dei genitori: ma se da un lato ciò può spingerli ad avere degli obiettivi alti, sia a livello scolastico che lavorativo, dall’altro lato (soprattutto se le alte aspettative non possono essere raggiunte) ci si pone più a rischio di nevrosi, di eccessiva sensibilità e di inflessibilità. Il mondo dei primogeniti non è una scala di grigi: o è bianco, o è nero.

 

Tendenzialmente, inoltre, i primogeniti sono ossessionati dalla perfezione. Molti di loro sono abili organizzatori, sono capaci di far funzionare un apparecchio in maniera perfetta e di catalogare archivi in maniera efficiente o dirigere un gruppo di lavoro.

 

Ma la ricerca della perfezione ha il suo rovescio della medaglia: la voglia di risultare sempre il migliore degli altri può spingere a non sperimentare, a mantenersi sui binari del “già noto” ed impegnandosi solo in quegli ambiti in cui sono certi di riuscire. Michael Grose racconta: “Ho avuto tra i miei allievi dei bambini che preferivano non usare parole lunghe scrivendo, per paura di commettere errori di ortografia, o bambini che adottavano di proposito uno stile monotono nelle composizioni o nei racconti, piuttosto che arricchire il proprio vocabolario e rischiare di sbagliare“. Una tattica per proteggere la ricerca di perfezione potrebbe anche essere quella di procrastinare, ovvero rimandare il momento di svolgere un progetto o un’attività: il primogenito si muove solo quando sa di poter svolgere un lavoro alla perfezione.

 

Essere perfezionisti significa anche non riuscire a godere dei propri risultati: in un tema pressoché perfetto, un ragazzo potrebbe rattristarsi dell’unica virgola fuori posto invece di pensare al bel lavoro svolto.

 

E’ stato visto, infine, che i primogeniti tendono ad essere più conservatori rispetto ai figli minori. Secondo i risultati di uno studio italiano del 2014, infatti, i primogeniti sanno cosa significa avere le attenzioni esclusive dei genitori e, all’arrivo dei fratellini, desiderano mantenere la propria posizione dominante in famiglia. Questa voglia di mantenimento dello status quo può spingerli ad adottare dei valori conservatori, più simili a quelli degli adulti, cosa che i figli minori tendono a non fare.

 

Tipologie di primogeniti

 

Non tutti i primogeniti sono uguali; secondo alcune ricerche possono essere grossolanamente raggruppati in tre categorie.

 

I primogeniti capibranco sono quei primogeniti che amano la leadership, e cercano di esercitarla in ogni sua forma. Si tratta di quei figli che sono stati investiti in maniera particolare di responsabilità e sono stati posti come il “leader” del gruppo di fratelli, e che pertanto tenderanno a ripetere lo schema comportamentale anche nelle altre situazioni di vita: con il gruppi dei pari, in ambito lavorativo.

 

Questo non significa che un primogenito sarà necessariamente un buon capo: spesso la capacità di leadership viene scambiata con l’essere in grado di far fare ciò che si vuole agli altri, anche utilizzando modi aggressivi e coercitivi. Altre volte i primogeniti hanno difficoltà nel collaborare in gruppo, o ad accettare le opinioni altrue, in virtù della loro voglia di perfezione: in tal caso, avranno un’estrema difficoltà a delegare, in virtù del fatto che “se io controllo tutto, ho maggiori possibilità che il risultato sia come lo desidero io, perfetto per me”.

 

Abbiamo poi la categoria dei primogeniti bisognosi di approvazione. Si tratta di bambini ed adulti che hanno sempre ricercato l’approvazione delle loro figure di riferimento: i genitori prima, gli insegnanti, l’allenatore o il datore di lavoro poi. In molti casi tendono a compiacere queste persone cercando di imitarli: se il padre è un appassionato di ciclismo, è altamente probabile che il figlio cerchi di emularlo in quello sport, per esempio. Una minoranza di questi giovani, durante l’adolescenza, può smettere di cercare l’approvazione dei genitori a favore di quella del gruppo di amici: questo li pone in pericolo di comportamenti a rischio.

 

Infine, il terzo gruppo è costituito dai primogeniti stacanovisti. Di tutti i gruppi, è quello che più si impegna nel raggiungimento dei loro obiettivi. Un primogenito stacanovista non smette mai di lavorare, neanche nel weekend, e anche quando è costretto a fermarsi si dedica ad altro tipo di attività: per loro una vacanza non è mai semplice riposo, ma l’occasione per fare qualcosa di diverso rispetto alla normalità. Non amano le attività di gruppo perché sono costretti a rallentare i loro ritmi per permettere agli altri di raggiungerlo; e come intuibile, fermarsi è una cosa che odiano.

 

Curiosità sui primogeniti:

 

a little brother and sister playing on the nature

1. Oltre il 50% dei presidenti americani era un primogenito.
2. Al 2015, quasi 5 bambini su 10 sono primogeniti, ed il numero è destinato a crescere a causa dei bassi tassi di natalità.
3. Secondo una ricerca dell’Università di Leipzig (Germania), i figli primogeniti hanno in media un quoziente intellettivo più alto rispetto ai fratelli. Il quoziente si abbasserebbe di 1,5 punti ad ogni nuovo nato in famiglia.

 

Per approfondire la teoria dell’ordine di nascita, clicca qui!

 

Ti ritrovi nella descrizione dei figli primogeniti? Noti differenze o similitudini rispetto alla tua esperienza di vita? Faccelo sapere con un commento!

Gen 13

Un serial killer, o tanti serial killer? Varie tipologie di omicidi seriali a confronto.

Il concetto di assassino seriale non è tra più semplici da definire. I non “addetti ai lavori” definiscono un serial killer come una persona che ha ucciso più di una vittima, ma tale definizione è quantomeno incompleta, anche perché il serial killer non è l’unico ad aver tolto la vita a più individui, ma rientra nella più grande categoria di coloro che hanno commesso omicidi multipli.

Serial Killer

La prima classificazione dell’FBI

Questa categoria, creata dagli agenti speciali del Dipartimento di Scienze Comportamentali dell’FBI nel 1979, infatti, distingue tra:

Mass Murderer (“assassino di massa”): colui che uccide almeno quattro vittime nello stesso luogo e nello stesso evento. Solitamente l’assassino sceglie le sue vittime in maniera casuale;

Spree Killer (“assassino compulsivo”): colui che uccide due o più persone in un arco di tempo breve, ma in luoghi diversi. Anche in questo caso l’assassino non conosce le vittime e le uccide in maniera casuale;

Serial Killer (“assassino seriale”): colui che uccide tre o più vittime in luoghi diversi, con un intervallo di raffreddamento emozionale (in inglese cooling-off period).

Quella dell’FBI è stata in assoluto la prima definizione di serial killer, anche se ancora non completa. Infatti, in tale definizione non viene specificata la durata del periodo di raffreddamento emozionale dell’assassino. Anche il criterio numerico delle vittime fa nascere qualche perplessità: vi sono alcuni individui che hanno ucciso meno di tre persone, ma solo perché sono stati catturati prima: bisogna considerarli o no serial killer?

A queste tre figure di omicidi multipli bisogna aggiungerne una quarta, evidenziata da successivi studi internazionali e definita in particolar modo da De Luca (2001), ovvero l’Assassino seriale/di massa, il quale compie più volte l’azione omicidiaria, scegliendo a volte vittime singole, a volte più persone. Quest’ultima figura si distingue dall’assassino di massa perché quest’ultimo sfoga la sua furia omicida in un’unica occasione, e infatti, solitamente, dopo quell’unico episodio si suicida o si lascia catturare.

Altri studiosi hanno dato le proprie definizioni di serial killer, concentrandosi su diversi aspetti del fenomeno. Per esempio Ressler, Burgess e Douglas (1988), agenti speciali dell’FBI, effettuarono una prima distinzione riguardante il comportamento degli assassini seriali. Secondo loro esistevano due tipi di serial killer: il serial killer organizzato, che pianifica con cura i propri delitti e sceglie accuratamente la propria vittima, che deve avere un legame simbolico con lui, e il serial killer disorganizzato, che manca dell’elemento di pianificazione, scegliendo a caso le proprie vittime.

La classificazione italiana

In Italia Mastronardi e Palermo (1995) proposero 5 diverse tipologie di serial killer:

a) Serial Killer “Visionario”: è un assassino con gravi patologie psichiatriche alla base che ha allucinazioni visive ed uditive, e uccide perché gli viene ordinato da tali voci.

serial_killer_visionario
b) Serial Killer “Missionario”: è convinto di dover eliminare la ‘feccia’ della società, in quanto è stato investito da un compito di natura divina. Di solito si concentra su determinate categorie di potenziali vittime: omosessuali, prostitute, barboni, spacciatori di droga. Di solito non soffre di psicosi, anche se potrebbe avere tratti di personalità paranoide. Non prova rimorso per le sue azioni perché ritiene di agire per il benessere della comunità.

serial_killer_missionario

c) Serial Killer “Edonista”: uccide perché prova un intenso piacere nel farlo, durante l’omicidio percepisce una sorta di ‘orgasmo emotivo’.

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d) Serial Killer del “Controllo del Potere”: uccide e tortura la vittima per poter esercitare un assoluto controllo e potere su di essa, come una divinità. Può utilizzare il sesso non per fini erotici, ma come mezzo per mantenere l’onnipotenza sulla persona.

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e) Serial Killer “Lussurioso”: cerca nella vittima un soddisfacimento sessuale, solitamente a causa di scompensi ormonali che gli provocano un’iperstimolazione organico-sessuale. Uccide per soddisfare le sue fantasie e le sue perversioni sessuali.

serial_killer_lussurioso

Resta tuttora una classificazione molto valida, anche se al giorno d’oggi si è visto che molte categorie tendono ad accavallarsi. In particolare le categorie “visionario” e “missionario” hanno elementi in comune, e nella pratica tendono ad unirsi.

Una delle più nuove tipologie di classificazione dell’omicidio seriale è stata proposta da De Luca e Mastronardi (2005). I due autori, dopo un’attenta analisi dei casi di omicidi multipli, hanno suddiviso i serial killer in due macrocategorie:

1. Assassino Seriale Classico: cattura le proprie vittime e le uccide, agendo o meno violenza sessuale su di esse. Ha bisogno di un contatto diretto con la vittima, può asportare feticci o trofei dal cadavere, e uccide per soddisfare un bisogno psicologico personale.

2. Assassino Seriale Atipico: colui che non rientra nella categoria precedente. Si tratta di persone che uccidono perché membri della criminalità organizzata, per esempio, o perché terroristi. Entrano nella categoria anche quei criminali che usano armi non convenzionali.

Negli articoli che verranno pubblicati prossimamente esamineremo quali sono le caratteristiche psicologiche in comune tra i serial killer, e quali elementi sono stati identificati come fattori di rischio per divenirne uno.

 

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